
In vista del Consiglio europeo straordinario di giovedì sera, Giorgia Meloni intensifica il lavoro diplomatico e si muove su più fronti per favorire una de-escalation sul dossier Groenlandia, sempre più intrecciato alle tensioni tra Stati Uniti ed Europa. La premier rivendica un ruolo di mediazione tra Bruxelles e Donald Trump, una linea sostenuta dalla maggioranza ma duramente contestata dalle opposizioni, che chiedono un passaggio parlamentare prima del vertice Ue.
Il contatto con Trump e la linea della distensione
Il primo tassello della strategia risale a domenica, quando Meloni ha parlato direttamente con il presidente americano. In quell’occasione ha definito «un errore» la decisione della Casa Bianca di introdurre dazi aggiuntivi del 10% contro otto Paesi europei coinvolti nella missione militare nell’Artico, respingendo l’idea che l’iniziativa potesse avere una valenza anti-americana. Un tentativo esplicito di raffreddare il clima, ricondotto dalla premier a un problema di «comprensione e comunicazione».
Parallelamente, Meloni ha contattato il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ribadendo la convinzione che la sicurezza dell’Artico debba essere affrontata nell’ambito dell’Alleanza atlantica. Nella stessa giornata ha sentito anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente finlandese Alexander Stubb, elogiandone apertamente le «posizioni di buon senso».
La nuova girandola di telefonate dall’Asia
Dalla Corea del Sud, ultima tappa della missione in Asia orientale, la premier ha avviato una nuova serie di consultazioni. Mentre rientrava in Italia – con una breve sosta a Samarcanda per un incontro bilaterale con il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev – le linee diplomatiche sono rimaste costantemente aperte e il clima si è fatto sempre più teso.
Meloni ha parlato con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, con il primo ministro britannico Keir Starmer, con la premier danese Mette Frederiksen, con il presidente cipriota Nikos Christodoulides, con il premier greco Kyriakos Mitsotakis e nuovamente con Rutte.
Il contatto politicamente più rilevante è stato però quello con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il portavoce della Cdu ha definito il confronto «molto utile» per favorire un’evoluzione verso la de-escalation. Lo stesso Merz ha riferito che tenterà di incontrare Trump a Davos, a margine del World Economic Forum, anche se l’agenda del presidente americano in Svizzera resta incerta, complice l’ipotesi – ancora nebulosa – di una prima riunione del Board of Peace per Gaza.
Il piano Nato come linea di tenuta transatlantica
In tutti i colloqui Meloni insiste su un punto chiave: non abbandonare la cornice Nato. Per la premier è l’unica strada in grado di tenere insieme le due sponde dell’Atlantico senza provocare rotture irreversibili. Una posizione che la colloca lontano da quella del presidente francese Emmanuel Macron, favorevole all’uso del cosiddetto “bazooka” europeo, ovvero l’attivazione dello strumento anti-coercizione introdotto dall’Ue nel 2023 e mai utilizzato finora.
Il fronte interno e il sostegno del governo
A Roma, le opzioni più muscolari non convincono. Il vicepremier Antonio Tajani avverte che «un’escalation non serve a nessuno» e invita l’Unione europea a dare un segnale di fermezza accompagnata dal dialogo. Sulla stessa linea il ministro della Difesa Guido Crosetto, secondo cui rispondere con controdazi significherebbe innescare una spirale distruttiva tra alleati.
Anche la Lega, in questa fase, converge sulla prudenza. Matteo Salvini prende le distanze dalla linea francese e difende l’approccio del governo italiano, definendolo «cauto, prudente e sensato».
Verso il Consiglio europeo
Il tema sarà oggi al centro del Consiglio dei ministri e di un vertice sul pacchetto sicurezza a Palazzo Chigi. Salvo improvvisi peggioramenti del quadro internazionale, il mandato a Meloni come “pontiera” tra Europa e Stati Uniti in vista del Consiglio di Bruxelles appare pieno. Resta però l’incognita di un contesto in rapido mutamento, nel quale ogni equilibrio potrebbe essere messo in discussione prima ancora dell’apertura del vertice.


