
Una telefonata notturna, tra l’8 e il 9 gennaio, torna a far rumore nell’inchiesta sull’omicidio di Federica Torzullo. È questo dettaglio – emerso a distanza di giorni – che ora accende i riflettori degli investigatori: una chiamata fatta o ricevuta da Claudio Carlomagno subito dopo l’aggressione mortale potrebbe riscrivere l’intera lettura del caso.
Perché, in una storia già devastante, quel contatto nel cuore della notte diventa un possibile “ponte” verso qualcuno fuori scena. E la domanda, oggi, è una sola: ha agito davvero da solo?
Torzullo, la telefonata che cambia prospettiva
Con il passare delle settimane, infatti, prende corpo l’ipotesi che l’uomo non abbia agito da solo. A diciotto giorni dall’avvio delle indagini, la procura ritiene che le risposte più rilevanti siano custodite nella memoria di tre telefoni cellulari: quello dell’indagato e quelli dei genitori, Maria Messenio e Pasquale Carlomagno, morti in quello che viene definito un presunto doppio suicidio.
Non solo: anche i messaggi di addio inviati prima della loro morte sono al vaglio. In un’epoca in cui tutto passa dallo schermo, sono proprio le tracce digitali – o le loro assenze – a diventare decisive.

Torzullo, si rafforza l’idea di un complice
Secondo quanto ricostruito finora, dopo il delitto Carlomagno non avrebbe incontrato nessuno di persona. Ma resta aperto l’interrogativo che pesa più di tutti: durante quella notte, ha contattato qualcuno al telefono?
Una conversazione breve, magari cancellata, potrebbe avergli dato indicazioni operative su come eliminare le tracce, occultare il corpo e inscenare la scomparsa della donna. È su questo che gli investigatori stanno insistendo: non tanto sull’“incontro”, quanto su quel filo invisibile che una chiamata può creare.

La messinscena e il crollo in pochi giorni
La messinscena, però, ha retto solo per poco. I messaggi inviati dal telefono di Federica alla madre e la successiva denuncia di scomparsa hanno resistito meno di una settimana.
Il 18 gennaio, infatti, il corpo della 41enne è stato rinvenuto sepolto a oltre due metri di profondità nella sede della ditta di famiglia, in via Comunale San Francesco. Un ritrovamento che ha cambiato tutto, lasciando dietro di sé un senso di strazio difficile da raccontare.

L’orario del delitto e la frase del procuratore
Un altro punto destinato a pesare sull’inchiesta riguarda l’orario dell’omicidio. L’analisi forense del cellulare di Carlomagno e la relazione medico-legale potrebbero anticipare il momento del delitto rispetto alle 6.30 indicate dall’uomo, un dettaglio che finisce per indebolire ulteriormente la sua versione.
A rafforzare i dubbi è anche una valutazione netta degli inquirenti. “Non è possibile che abbia fatto tutto in 45 minuti”, ha dichiarato il procuratore capo di Civitavecchia, Alberto Liguori. Una frase che, da sola, apre lo scenario più inquietante: un supporto esterno, almeno nella fase immediatamente successiva all’uccisione.
Il movente e l’ombra di quella chiamata
Resta poi il capitolo del movente, tutt’altro che chiarito. Carlomagno ha parlato del timore di perdere il figlio dopo la separazione, una ricostruzione respinta con decisione dai familiari di Federica: “Lo stimava come padre, non gli avrebbe mai impedito di vedere il bambino”.
Sullo sfondo si intrecciano una separazione di fatto e una relazione extraconiugale della vittima, che il marito potrebbe aver scoperto solo pochi giorni prima del delitto: un elemento prima taciuto e poi ammesso. Ma oggi, più di tutto, l’indagine torna lì: a quella telefonata nella notte. A chi ha parlato Carlomagno? Ha chiesto aiuto o ricevuto istruzioni? Le risposte, ancora una volta, potrebbero essere dentro un telefono.


