
Vent’anni di carcere. Dopo la condanna di dicembre per collusione con forze straniere e sedizione, è arrivata la sentenza definitiva per Jimmy Lai, 78 anni, fondatore del quotidiano pro-democrazia Apple Daily. Non l’ergastolo, come temuto, ma una pena che – considerata l’età e le condizioni di salute denunciate dalla famiglia – viene definita dalle organizzazioni per i diritti umani come una condanna di fatto a vita.
“Questa è, di fatto, una condanna a morte”, ha dichiarato Human Rights Watch. Alla domanda su un possibile appello, il legale di Lai ha risposto con un “no comment”.
Le accuse e la legge sulla sicurezza nazionale
Il 15 dicembre Lai era stato riconosciuto colpevole di tutte le accuse contestate: due per collusione con forze straniere, ai sensi della Legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino a Hong Kong nel 2020, e una per cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso, basata su una norma di epoca coloniale.
Nella sentenza di 856 pagine, i giudici hanno sostenuto che Lai avesse nutrito per anni “risentimento e odio” verso la Cina e che avesse utilizzato il suo giornale come piattaforma per “incoraggiare l’opposizione al governo”. Secondo il tribunale, l’editore avrebbe inoltre invitato Stati Uniti e altri Paesi a imporre sanzioni contro Hong Kong e la Cina in risposta alla repressione del movimento pro-democrazia.
Fondatore dell’Apple Daily, quotidiano simbolo della resistenza democratica dell’ex colonia britannica, Lai è rimasto impassibile durante la lettura del verdetto. Il giornale, chiuso nel 2021 dopo il congelamento dei beni della società editoriale, era diventato una delle voci più critiche verso Pechino.
Un imprenditore diventato simbolo della protesta
La vicenda giudiziaria di Jimmy Lai è l’ultimo capitolo di una lunga stagione di attivismo politico. Nato a Canton nel 1947 e arrivato a Hong Kong da adolescente, Lai costruì inizialmente un impero nel settore dell’abbigliamento con il marchio Giordano, prima di entrare nel mondo dei media.
Con la fondazione di Apple Daily nel 1995, divenne uno dei più influenti editori della città. Il quotidiano si distinse per la linea editoriale apertamente critica nei confronti delle interferenze di Pechino e per il sostegno alle libertà civili garantite dal principio “Un Paese, due sistemi”.
Negli anni Lai è stato un sostenitore attivo delle mobilitazioni democratiche di Hong Kong, dall’Umbrella Movement del 2014 fino alle proteste del 2019 contro la legge sull’estradizione. Non si limitava alla pubblicazione di editoriali: partecipava alle manifestazioni, finanziava campagne civiche e manteneva contatti con esponenti politici occidentali. Proprio questi rapporti sono stati indicati dalle autorità cinesi come prova della presunta “collusione”.
Con l’entrata in vigore della Legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, Lai è stato arrestato più volte. La chiusura di Apple Daily nel 2021 è stata interpretata da osservatori internazionali come un passaggio decisivo nella restrizione della libertà di stampa a Hong Kong.
Le reazioni internazionali
La condanna ha suscitato forti reazioni. Amnesty International parla di un “attacco alla libertà di espressione” che rappresenta lo smantellamento sistematico dei diritti nella città. Il Committee to Protect Journalists ha definito la sentenza “l’ultimo chiodo nella bara della libertà di stampa”.
Anche il governo di Taiwan ha criticato duramente la decisione, sostenendo che le libertà promesse a Hong Kong nell’ambito del principio “Un Paese, due sistemi” siano diventate “parole vuote”.
Il primo ministro britannico Keir Starmer, durante una recente visita in Cina, ha dichiarato di aver sollevato il caso con il presidente cinese Xi Jinping, ricordando che Lai possiede anche passaporto britannico. Anche il presidente statunitense Donald Trump si era espresso nei mesi scorsi a favore della sua liberazione.
Per Pechino, Jimmy Lai rappresenta la figura simbolica di un movimento ritenuto destabilizzante. Per i suoi sostenitori, invece, è il volto di una stagione in cui imprenditoria, informazione e mobilitazione politica si sono intrecciate nella difesa delle libertà civili di Hong Kong. La sua condanna segna un punto di svolta nella storia recente della città e nel rapporto tra autonomia locale e controllo centrale cinese.


