
Con il caso Bastoni il tema Var e degli arbitraggi sempre più discutibili torna al centro del dibattito calcistico italiano. Non solo per i singoli episodi, ma per una sensazione sempre più diffusa: il sistema non funziona come dovrebbe. Errori evidenti non corretti, decisioni incoerenti, criteri applicativi che cambiano da una giornata all’altra. E sullo sfondo, la figura del designatore arbitrale Gianluca Rocchi, finita nel mirino delle polemiche.
Il campionato vive una fase delicata, in cui la credibilità delle decisioni arbitrali incide direttamente sulla percezione di equità della competizione.
Il protocollo Var e le sue contraddizioni
Il Var era nato per ridurre gli errori gravi e garantire maggiore uniformità. In teoria, uno strumento tecnologico a supporto dell’arbitro per correggere sviste decisive. In pratica, però, il protocollo mostra limiti evidenti.
Si annullano reti per fuorigioco millimetrici, spesso al limite della percezione umana, mentre in altre situazioni – contatti in area, simulazioni evidenti, falli da espulsione – l’intervento tarda o non arriva affatto. Il risultato è una gestione che appare rigida nei dettagli e permissiva nei casi sostanziali.
Il caso che ha coinvolto Alessandro Bastoni ha riacceso il confronto: un episodio giudicato da molti come evidente simulazione non è stato corretto, alimentando la sensazione di un utilizzo selettivo della tecnologia. Se il Var interviene per una posizione di pochi centimetri, perché non farlo su un contatto giudicato decisivo?
Simulazioni e metro arbitrale
Il tema delle simulazioni è un altro nodo centrale. Negli ultimi anni, il numero di contatti “leggeri” trasformati in rigori o punizioni pericolose è aumentato. I calciatori conoscono il metro arbitrale e si adeguano: quando sanno che certi contatti vengono sistematicamente premiati, il rischio di accentuare è alto.
È qui che entra in gioco la responsabilità del designatore. Le direttive date agli arbitri incidono direttamente sul comportamento in campo. Se il criterio è permissivo su alcune dinamiche e rigidissimo su altre, il sistema genera incoerenza e sfiducia.
Nel match tra Inter e Juventus, la direzione arbitrale è stata oggetto di critiche pesanti. Anche la scelta dell’arbitro designato ha alimentato discussioni, perché in partite di quel livello serve una gestione tecnica e psicologica impeccabile.
FIGC, AIA e la questione delle responsabilità
Il rapporto tra FIGC e Associazione Italiana Arbitri è un altro punto sensibile. L’autonomia tecnica degli arbitri è un principio fondamentale, ma non può tradursi in una zona franca priva di valutazioni politiche e istituzionali, come ha ben argomentato Michele Criscitiello, direttore di Sportitalia, nel suo editoriale di oggi.
Quando gli episodi si ripetono e il malcontento cresce, la questione non è più legata al singolo errore, bensì alla governance del sistema arbitrale. Il designatore è il vertice tecnico: sceglie gli arbitri, assegna le partite, definisce linee guida. Se il rendimento collettivo è ritenuto insufficiente, la responsabilità non può essere solo individuale.
Il caso Rocchi e la tenuta del sistema
La posizione di Gianluca Rocchi è diventata il simbolo di questo malessere. Le critiche non riguardano soltanto un episodio specifico, ma una gestione complessiva percepita come inefficace.
Nel calcio italiano, la credibilità è un patrimonio fragile. Quando tifosi, dirigenti e addetti ai lavori iniziano a dubitare della coerenza arbitrale, il danno non è solo mediatico: incide sulla legittimazione del risultato sportivo.
Le richieste di un cambio al vertice dell’AIA si moltiplicano, mentre la federazione è chiamata a una riflessione profonda su protocollo, formazione e criteri applicativi del Var.
Le polemiche post partita e il clima avvelenato
A rendere il quadro ancora più teso sono stati i comportamenti e le reazioni nel post gara. Le contestazioni plateali sul campo o nei tunnel non aiutano a ricomporre il conflitto istituzionale. La dialettica tra club e sistema arbitrale dovrebbe trovare spazio nelle sedi opportune, evitando scene che alimentano ulteriormente il sospetto e la tensione.
Il rischio, altrimenti, è un’escalation continua: arbitri sotto pressione, società in conflitto aperto, tifoserie radicalizzate.
Il nodo, in definitiva, non è soltanto un errore o una direzione di gara sbagliata. È la percezione di un Var incoerente, di un metro arbitrale variabile e di una governance che fatica a ristabilire autorevolezza. Finché questi interrogativi resteranno senza risposta, ogni episodio diventerà il simbolo di un sistema che non convince più.


