Luca Traini

È trascorso ormai un anno da quando Luca Traini, 29enne di Tolentino, dalla sua automobile aprì il fuoco verso 9 persone di colore ferendone 6. Dalla influenze ideologiche di estrema destra alla volontà di vendicare in qualche modo la morte di Pamela Mastropietro, Luca Traini ha raccontato cosa lo ha spinto a compiere quella sparatoria e cos’è cambiato in lui in questo ultimo anno in un’intervista rilasciata a Repubblica.

La vendetta dopo l’omicidio di Pamela Mastropietro

Il 3 ottobre 2018, Luca Traini è stato condannato a 12 anni di carcere con l’accusa di strage, porto abusivo di armi e danneggiamenti con l’aggravante dell’odio razziale, per la sparatoria compiuta un anno fa nel centro di Macerata.

Il collegamento tra la sparatoria ordita dal 29enne e l’omicidio di Pamela Mastropietro, per cui si trova in carcere il nigeriano Innocent Oseghale, era stato proprio Luca Traini a spiegarlo, provocando peraltro la reazione di condanna della madre di Pamela, Alessandra Verni. Luca Traini aveva detto di aver sparato a quelle 6 persone con una finalità precisa: “Il mio era un messaggio“.

Luca Traini: tutto quello che l'ha spinto a compiere la sapratoria di Macerata

Pamela Mastropietro e sua madre Alessandra Verni

Ora, il 29enne di Tolentino ha confermato il collegamento tra la sparatoria che ha compiuto e l’omicidio della 18enne romana, il cui corpo venne trovato fatto a pezzi in 2 trolley il 31 gennaio 2018 nelle campagne di Pollenza: “Quel giorno ero e volevo essere il vendicatore.

Il perché, oggi è difficile da rintracciare, in mezzo a quei sentimenti che mi dominavano. È stata come un’esplosione dentro di me“. Il “vendicatore” ha poi spiegato la matrice razziale del suo crimine: “Per me gli spacciatori avevano ucciso Pamela, e gli spacciatori erano loro, i negri.

Li chiamavo così. Oggi li chiamo neri. Poi, in questi mesi passati in carcere, ho lentamente capito che gli spacciatori sono bianchi, neri, italiani e stranieri. La pelle non conta. Vede, qui dentro si capiscono molte cose, guardando gli altri e parlando con loro“.

Ma il 29enne spiega che a spingerlo a fare fuoco su 6 persone di colore non c’era l’odio razziale, anche se aveva una sorta di “fissazione” sugli immigrati di nazionalità nigeriana: “No, era odio e basta. Se fosse stato un bianco a uccidere così Pamela, avrei cercato di vendicarmi su di lui nello stesso modo.

Poi, certo, c’era quel mio pensiero fisso sui neri nigeriani, lo spaccio e la fine di Pamela“. Poi, aggiunge: “A Macerata, per me allora gli spacciatori erano nigeriani. E li ritenevo responsabili dello scempio sul corpo della povera Pamela. Poi, quando in carcere ho visto passare davanti a me uno degli indagati per quell’omicidio, l’ho guardato e ho capito che l’odio era svanito. Restava l’orrore per quella vicenda terribile, ma senza più odio”.

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Il ravvedimento e l’ideologia di estrema destra

Luca Traini sembra essere riuscito a lasciarsi alle spalle l’odio che l’ha spinto a compiere la sparatoria.

Quando è stata emessa la condanna a suo carico il 29enne aveva chiesto scusa alle vittime, segno che si era ravveduto. Luca Traini ha infatti affermato durante l’intervista di essersi pentito “e non da oggi. Il 29enne di Tolentino ha spiegato di aver capito che quell’odio che l’aveva spinto a compiere la strage era maturato in un contesto ben preciso: “L’odio non nasce per caso, è frutto di tante cose, anche di politiche errate, a danno sia degli italiani che degli immigrati“.

Luca Traini: tutti i perché della sparatoria di Macerata

L’interno dell’auto di Luca Traini. Foto: La Presse

Luca Traini ha anche messo in luce durante l’intervista il ruolo svolto nella strage dall’ideologia di estrema destra: “Tutta la mia ideologia politica, Dio, patria, famiglia, onore, ha pesato in quel mix esplosivo. La tragedia di Pamela ha fatto da innesco“. Come ha messo in evidenza lui stesso, l’ideologia di estrema destra che lo animava e che ha rappresentato il terreno fertile su cui è poi nata l’idea di mettere in atto la sparatoria, nelle sue parole, appare quasi come una sorta di culto religioso: “Per me il saluto romano era un gesto abituale.

Un rituale simbolico. Lo facevo ogni mattina al sole nascente. Dunque non era una sceneggiata. Certo, dopo gli incontri e i colloqui in carcere, ho cominciato a rivisitare i miei gesti, e si è fatto strada il pentimento. Ma sono due momenti diversi“.

In ogni caso, a permettere che dentro di lui si facesse strada il pentimento è stata anche la vicinanza della sua famiglia e l’esperienza di vivere in carcere: “Hanno contato molto, in particolare le cose che mi dicevano i miei famigliari. Ma soprattutto ha contato per me vivere in carcere con detenuti di ogni Paese: mi ha fatto capire che la pelle non conta.

Mi sono reso conto che alla fine siamo tutti poveracci“.