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Ci sono due storie intorno alla morte di Marco Vannini. La prima storia è quella raccontata dalla famiglia Ciontoli e da Viola Giorgini e parla di uno sparo partito per sbaglio, un soccorso spaventato ma n buona fede e un proiettile che nessuno apparte Antonio Ciontoli pareva aver notato.

C’è poi un’altra storia, quella raccontata dalle indagini e dai testimoni: parla di polvere da sparo su 3 membri della famiglia, di una pistola difettosa da cui difficilmente sarebbe potuto partire un colpo per sbaglio, di toni da lite poco prima dello sparo.

Cosa è avvenuto per filo e per segno nella villetta di Ladispoli della famiglia Ciontoli forse non sarà mai chiaro. Quel che è certo è che i fatti di quella sera hanno portato alla morte di un ragazzo di 20 anni forte e sano, che con ogni probabilità si sarebbe potuto salvare se la condotta di chi gli era accanto in quel momento fosse stata diversa.

Una serata tranquilla

La sera del 17 maggio Marco è a cena dalla famiglia di Martina, la sua fidanzata da 3 anni. Marco è ben conosciuto dalla famiglia Ciontoli: lui è spesso a dormire da loro, lei è spesso a cena dai Vannini. Quella sera, verso le 23, Marco viene colpito da una pallottola sparata da una delle pistole d’ordinanza di Antonio Ciontoli, il capofamiglia, che di mestiere fa il militare nei servizi segreti.

Su come sia partito questo colpo, Antonio Ciontoli fornisce due versioni: una iniziale, in cui dice che stava mostrando le pistole a Marco (che era in bagno e faceva la doccia) e che una di queste le sarebbe scivolata di mano, facendo partire un colpo. In una seconda versione, dirà che scherzando e puntando per gioco la pistola contro Marco, per sbaglio sarebbe partito un colpo. I suoi figli, Federico e Martina, diranno che al momento del fatto si trovavano nelle loro stanze: in verità, grosse quantità di polvere da sparo verranno trovate sopra i loro vestiti.

Nessuno avrebbe visto il proiettile

Il vero dramma però inizia dopo lo sparo: Marco si lamenta ed urla dal dolore, perché il proiettile gli è entrato sotto l’ascella, ha passato un polmone ed è arrivato fino al cuore. Si tratta di una ferita grave ma, spiegheranno in seguito i periti, un intervento tempestivo probabilmente l’avrebbe salvato senza troppe conseguenze. I Ciontoli, però, aspettano a chiamare: non si capisce perché, ma a chiamare sarà Federico Ciontoli, mezz’ora dopo lo sparo, e non nominerà la pistola: dirà che il ragazzo si è spaventato e si sente male, per uno scherzo che gli hanno fatto. Poi, la madre interverrà per dire che non serve alcuna ambulanza. intanto Marco si lamenta e grida: lo confermeranno i vicini di casa che dichiarano di averlo sentito urlare “Basta, scusa Marti, scusa!”. Di cosa si scusava Marco? Non lo sapremo mai.

Più di un’ora dopo il colpo sarà Antonio Ciontoli ad arrivare, e parlerà di una ferita procurata da un “pettine a punta”. Non nominerà neanche lui lo sparo e arriverà un’ambulanza non attrezzata per le urgenze. Nel frattempo marco ha perso le sue forze ed è tra il cosciente il delirante. In ospedale non serviranno i soccorsi a quel punto urgenti dei medici: l’emorragia interna ha allagato il torace di Marco, che muore. Pochi istanti prima Antonio Ciontoli aveva fermato il medico per dire, finalmente, che c’è un proiettile dentro il corpo di Marco. Ma aggiunge: “Ma non lo dica a nessuno, rischio di perdere il lavoro”.

Uniti nel fornire la stessa versione

Da quel momento la famiglia Ciontoli si trincera dentro una versione della storia che le intercettazioni fanno supporre sia stata messa in piedi da loro: ripetere sempre la stessa storia, sempre uguale, chiunque sia ad essere interpretato. La storia dei Ciontoli vede Martina e Federico assenti, racconta che Federico avrebbe trovato il bossolo in bagno e in quel momento avrebbe chiesto al padre di cosa si trattava. Tutti i membri della famiglia dichiarano di aver creduto senza dubbi a quanto diceva Antonio Ciontoli, ma in quel momento Marco urlava e si disperava ed è inverosimile che non abbia menzionato lo sparo.

Le inquietanti intercettazioni alla caserma di Ladispoli mostrano una famiglia addolorata e preoccupata. Non è però la morte di Marco a far crollare Martina Ciontoli, che sembra avere un solo pensiero: proteggere suo padre. Così, allo stesso tempo, tutti sembrano già essere andati oltre quella morte assurda. Del suo fidanzato, che in quel momento è in una cella frigorifera ormai cadavere, dice: “Era destino che doveva morire”.

La famiglia Vannini, dal primo momento, non si accontenta della versione dei Ciontoli. Non può credere a quella morte e a tante cose che non tornano. più passa il tempo, più aumentano le domande: dove sono i pantaloni e la maglietta di Marco? Cosa ci faceva Antonio Ciontoli nel bagno mentre Marco si lavava? Il ragazzo, spiega la madre Marina Conte, era troppo riservato per permettere una cosa del genere.

Ma soprattutto: perché aspettare tanto per chiamare i soccorsi pur sapendo di aver sparato a una persona?



Il processo e la sentenza

Tutta la famiglia finisce alla sbarra: Antonio Ciontoli è accusato di omicidio volontario, il resto della famiglia per concorso in omicidio volontario, Viola Giorgini per omissione di soccorso. La sentenza di primo grado, emanata nell’aprile del 2018, sarà accolta con ira dalla famiglia di Vannini: 14 anni a Ciontoli padre, 3 anni (per omicidio colposo) ai famigliari, assolta Viola Giorgini. Federico, Martina e la madre dei due ragazzi rimarranno fuori dal carcere con la condizionale. Mio figlio sta dentro un fornetto e loro a spasso”, commenterà furiosa la mamma di Marco.

Pena ridotta in secondo grado

Sarà però la sentenza in secondo grado a scatenare l’opinione pubblica, che negli anni si è sempre più avvicinata alla famiglia Vannini. La pena a Ciontoli verrà ridotta (da 14 a 5 anni) e oltretutto il reato sarà derubricato: da omicidio volontario a omicidio colposo. Confermata la sentenza per i famigliari e l’assoluzione per Viola Giorgini.

Oltre al dolore di una sentenza percepita come ingiusta dalla famiglia e dall’opinione pubblica, si è aggiunto il dolore per la reazione dei giudici, che davanti alla rabbia di Marina Conte la cacciano dall’aula intimandola di poter aprire un processo per reati contro il giudice.

Giuridicamente, questa vicenda non ha ancora visto la fine: presto comincerà il processo in Cassazione. Per quanto riguarda cosa accadde precisamente in quella villetta, la sera del 17 maggio, molti dubitano che si saprà mai la verità.