mostro di firenze pacciani

Si sta per chiudere un altro capitolo della mai conclusa storia del mostro di Firenze. La procura ha infatti chiesto l’archiviazione delle posizioni dei due attuali indagati per gli omicidi, Giampiero Vigilanti e Francesco Caccamo. non ci sono, infatti, per la procura, elementi bastevoli a formula re un’ipotesi accusatoria valida nei loro confronti.

Al contempo, si apre uno spiraglio nei confronti di una possibile riabilitazione della figura di Pietro Pacciani: pare infatti che ci siano nuovi dubbi sulla genuinità della prova chiave che al tempo avrebbe incastrato Pacciani, il bossolo trovato nel suo giardino. Se tale ipotesi d’indagine si rivelasse fondata, dimostrerebbe l’esistenza di una terza mano volta a coinvolgere Pacciani nel caso.

Giampiero Vigilanti, pratese di 89 anni, e Francesco Caccamo, 88enne di Mugello, erano stati iscritti al registro delle indagini per via di alcune connessioni che li legavano alla figura di Pietro pacchiani e per via del fatto che entrambi possedevano armi marca Winchester compatibili con i proiettili High Standard calibro 22 usati per tutti gli assassinii del caso del mostro di Firenze. Erano state le famiglie di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime, a chiedere di rianalizzare alcuni reperti. Gli inquirenti sono però giunte alla conclusione – come riporta l’Ansa – di avere a disposizione “un quadro indiziario fragile ed incerto, non certo suscettibile ad assurgere a dignità di prova, né tale da essere in alcun modo ulteriormente corroborato con ulteriore attività investigativa, tenuto anche conto del lungo tempo trascorso dai fatti”.

Novità sulla posizione di Pietro Pacciani

C’è però un’altra novità. Quando Pietro Pacciani morì, nel 1998, stava per cominciare il secondo processo d’appello a suo carico, dopo che la Cassazione aveva annullato la sentenza precedente. In un primo appello Pacciani era stato dichiarato innocente (dopo un primo grado concluso con una sentenza di condanna).

 

Ora, nuove perizie sull’ogiva che fu trovata nel suo giardino (e che di fatto fu considerata la prova chiave contro di lui) presenterebbe delle strisce che sembrano essere causate non dal passaggio dentro l’arma, bensì da un atto manuale: come se l’ogiva fosse stata rigata da un oggetto contundente. Paride Minervini, consulente della procura di Firenze, avrebbe dato conferma del fatto che il proiettile non sarebbe mai stato a contatto da un’arma, e quindi non sarebbe mai stato sparato.