donna a terra

Lo scorso maggio la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva deciso di ridurre leggermente le pene inflitte in primo grado a 3 imputati per lo stupro di una ragazza di 23 anni.

Ora le motivazioni di sentenza in cui si apprende come la difesa avesse chiesto che fossero messi agli atti processuali alcuni scatti della vittima, postumi alla violenza, in cui si sarebbe mostrata sorridente. La Corte d’Appello ha però respinto la loro richiesta.

Lo stupro nel 2017

La difesa di Marco Coazzotti, Mario Caputo e Guido Guarnieri aveva chiesto ai giudici di mettere agli atti alcune fotografie pubblicate su Facebook a distanza di pochi giorni dallo stupro per i quali sono stati processati.

Era il 13 aprile del 2017 quando i 3, dopo aver stordito la giovane 22enne servendosi di benzodiazepine, conosciute comunemente come “droga dello stupro”, la violentavano. In primo grado Marco Coazzotti e Mario Caputo vennero condannati a 12 anni di carcere, 8 anni e 6 mesi invece per Guido Guarnieri.

La Corte d’Appello respinge la richiesta dei legali

La Corte d’Appello di Milano, lo scorso maggio, ha deciso di ridurre, seppur lievemente, le condanne inflitte in primo grado.

11 anni e 6 mesi per Coazzotti e Caputo, 8 anni per Guarnieri. Quanto viene a galla ora sono le motivazioni della recente sentenza e si apprende come la difesa degli imputati abbia richiesto – senza ottenere esisto positivo – che venissero messe agli atti alcune fotografie della 23enne a rimostranza di un comportamento “incompatibile con il trauma asseritamente subito.

Sorride sui social, la Corte: “Irrilevante”

Nelle foto in questione, pubblicate su Facebook dalla vittima qualche giorno dopo lo stupro, la ragazza apparirebbe “sorridente“, motivo per la difesa degli imputati per avanzare l’ipotesi secondo cui la giovane non avrebbe manifestato i sintomi post traumatici a ridosso della violenza.

Gli scatti non mettono in dubbio la ricostruzione della violenza

Per i giudici della Corte d’Appello però, questo non è un’ipotesi da prendere in considerazione: “Mentre è certa la data di pubblicazione delle fotografie – si legge nelle motivazioni di sentenza riportate da SkyTg24Non lo è altrettanto la data in cui gli scatti sono stati effettuati; in ogni caso, quand’anche fosse dimostrato che la parte offesa nei giorni immediatamente successivi ai fatti per cui si procede era in grado di sorridere, non mostrava segni di violenza ed era nella disposizione d’animo di farsi fare e pubblicare fotografie ‘glamour’, ciò comunque non si porrebbe in contraddizione con la dinamica dei fatti ricostruita nella sentenza impugnata“.

I danni possono emergere anche a distanza di anni

Non solo dunque gli scatti non possono “cambiare” la dinamica della violenza, ricostruita e provata, ma soprattutto non è affatto detto che i sintomi post traumatici emergano nell’immediato, “i danni psicologici post traumatici emergono col tempo, via via che la vittima elabora l’accaduto, e non necessariamente sono più acuti nell’immediatezza“.