governo pd 5 stelle

Dopo il durissimo discorso di Sergio Mattarella al termine del primo giro di consultazioni, i partiti sembrano ancora impantanati del gioco delle trattative. Il capo dello Stato, nonostante non avesse riscontrato la chiarezza richiesta ai protagonisti della crisi, ha concesso 5 giorni per concludere le trattative. La problematica principale sembra essere il fatto che non si tratta semplicemente tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. All’interno dei due contenitori politici ci sono infatti due anime, opposte e speculari, l’una a favore del governo “giallorosso”, l’altra che sembra fare di tutto per sabotare l’accordo.

Nel mezzo Matteo Salvini, che con un ripensamento a 360 gradi vuole tornare a governare con i pentastellati, al punto da aver offerto, secondo indiscrezioni, a Luigi Di Maio la poltrona di premier.

Il Movimento 5 Stelle propone Conte e si spacca su Salvini

Il Movimento 5 Stelle si trova ad essere la ragazza con cui tutti vogliono ballare, decisa a lasciare aperta ogni porta. Anche quella che punta al ritorno con l’amante-padrone Matteo Salvini, che cambia strategia e, di fronte alla prospettiva di un lungo governo di legislatura giallorosso, fa marcia indietro.

La Lega sarebbe addirittura disposta ad offrire a Luigi Di Maio la Presidenza del Consiglio, una proposta alla quale il capo del Movimento sembra restio a rinunciare. Parte quindi la presa di posizione filoleghista da una parte dei pentastellati. Il primo a dirsi favorevole è Alessandro Di Battista, il cui post, secondo le indiscrezioni, fa parte di una strategia per sabotare i negoziati, come vorrebbe una parte dei pentastellati. Arriva poi Gialuigi Paragone, senatore stellato che al Corriere della Sera annuncia: “Se si fa una maggioranza col Pd nessuno può contare più sulla mia disponibilità“.

Paragone vorrebbe approfondire lo “spiraglio con la Lega“, ritenuta più vicino al Movimento.

Sul fronte opposto Carla Ruocco boccia l’ipotesi di ritorno con la Lega, ritenuta non più credibile. La deputata grillina si dice anche contraria a una votazione sulla piattaforma Rousseau, sia per via dei tempi stretti che per le procedure istituzionali che sovrintendono a una crisi. Con lei anche Roberta Lombardi, favorevole a un accordo con il PD. La consigliera del Lazio chiede che non ci siano nomi di peso nella trattativa, una posizione che stride con le rivendicazioni di Di Maio.

Il leader ha rimesso sul tavolo il nome di Giuseppe Conte premier, nonostante i dem avessero messo paletti chiari sull’ex presidente del Consiglio. Una richiesta che sembra fatta apposta per far saltare il tavolo, anche se da entrambi le parti si rassicuri sullo stato della trattativa, che sulla carta va avanti.

Il PD tra il fuoco incrociato di Renzi e la voglia di voto di Zingaretti

Anche in casa dem non si respira un’aria migliore. L’unità con cui la direzione ha dato mandato al segretario per trattare con i pentastellati sembra un momento già lontano.

E il partito torna a vivere lo scontro tra Matteo Renzi e il resto del PD a guida Zingaretti. L’ultimo sgarro l’uscita di un audio in cui l’ex premier accusa Paolo Gentiloni di star remando contro la trattativa. Intorno all’altro ex premier ha fatto scudo il partito che ha definito “accuse ridicole e offensive” (Zingaretti) i sospetti di Renzi. La questione principale della divisione al Nazareno è proprio la posizione dell’ex segretario, che sta preparando le grandi manovre per tentare il ritorno al ruolo di comando.

Non necessariamente nel PD, ma anche in un nuovo soggetto politico che Renzi starebbe preparando.

Dalla scuola di formazione politica “Meritare l’Italia” nella provincia di Lucca, Renzi tesse la trama che gli consentirebbe di avere tempo per preparare la sua ripresa del potere. Per farlo è necessario proprio un periodo di gestazione, che la legislatura giallorossa gli concederebbe, almeno un paio di anni. Dall’altro lato della barricata Zingaretti e i suoi fedeli non vedono l’ora di andare a elezioni per strappare dalle mani ai renziani i gruppi parlamentari. Senza quelli, il segretario è un leader azzoppato, dato che non conta nessuna forza in Parlamento, dove si decidono i giochi alla fin fine, come dimostra la crisi di governo in atto.

Si coprono le carte non solo per gli avversari ma anche ai presunti alleati. In questo marasma l’unico che adesso davvero ha tirato fuori i popcorn è Matteo Salvini, che promette e lusinga gli ex alleati per tornare in sella.

Tirare le somme e fare i conti

Quello che accadrà da qui a martedì, quando Mattarella deciderà sul destino della legislatura, è un mistero. L’unica cosa certa sembra essere il protagonismo sfrenato dei contendenti, anteposto all’interesse nazionale. Le scadenze davvero importanti per l’Italia si avvicinano: il 26 agosto Bruxelles si aspetta la nomina del commissario europeo, su cui potrebbe esserci una proroga comunque malvista in Europa.

Il primo novembre si dovrà insediare il nuovo esecutivo dell’Unione, con o senza il commissario italiano, sul cui nome è ancora mistero.

Che dire dei conti? L’Iva pende sempre più vicina al collo dell’economia italiana, provata già da una crescita zero. Se il ritardo sulla legge di Bilancio dovesse perdurare, le clausole di salvaguardia (che ci minacciano dal 2011 con il governo Berlusconi) scatterebbero spezzando le reni ai consumi. Dulcis in fundo se la manovra non sarà approvata entro il 31 dicembre ci si prospettano mesi di esercizio provvisorio, in cui lo Stato sarebbe paralizzato nella spesa.

Forse un moto di responsabilità, a questo punto, sarebbe dovuto.