remo cerato lettera

Remo Cerato ha detto basta: alla sofferenza, alla disabilità, al protrarsi di un declino ormai inarrestabile e implacabile. Residente a Germagnano in Piemonte, 58 anni, la vita di quest’uomo è stata stravolta nel momento in cui gli hanno diagnosticato una malattia neurodegenerativa. Ora, giunto al punto di totale perdita dell’autonomia, ha scritto una lettera pubblica su Facebook in cui comunica di voler interrompere il suo cammino.

Inoltre, approfitta dell’occasione per fare un appello alla classe politica: la legge sul fine vita, dice Remo, deve arrivare il prima possibile.

Una vita distrutta dalla malattia

Remo ha due figli, una moglie e una vita a Germagnano.

Ha anche un corpo che funziona ma che, da un giorno all’altro, comincia a perdere colpi: i muscoli non funzionano più come dovrebbero e cominciano ad abbandonarlo giorno dopo giorno. 

Una crisi respiratoria, nella notte tra il 5 e il 6 settembre, lo mette in ginocchio: “Sono diventato ufficialmente un problema per i miei ragazzi”, scrive su Facebook.

Da tempo, Remo spiega di sapere quale sarà l’epilogo del libro della sua vita, ma sa anche di non farcela da solo a scriverlo: “In verità, la mia decisione iniziale è sempre stata un’altra, ma continuando a rimandare una scelta che mi è oggettivamente difficile, sono giunto all’impossibilità di auto infliggermi proprio un bel nulla… Subentra il piano B”.

La malattia ha tolto tutto a Remo, che non è mai stato tipo da sopravvivenza: “Non siate sorpresi dell’epilogo che ho scelto, perché è in linea con quello che sono sempre stato. Non posso permettere a questa terribile malattia di fare ancora di più. Ha già distrutto il mio fisico del quale ero orgoglioso, ha cancellato il mio lavoro, ha fiaccato la mia psiche con mesi di terrore conoscendone bene l’evoluzione, mi ha già allontanato dai miei affetti ed in futuro mi costringerebbe a diventare un peso dannoso per i delicati equilibri familiari”.

Ora, Remo vuole smettere di essere un peso e sentirsi, per un’ultima volta, una persona che può agire nei confronti della sua vita.

C’è qualcuno, oltre la sua malattia, a dover essere considerato “colpevole” secondo Remo: “Lancio, in qualità di parte in causa, un’accusa/appello affinché la politica, già in colpevole ritardo per una legge sul fine vita che, se fosse stata in vigore, mi avrebbe regalato qualche sofferenza in meno, trovi il coraggio di affrontare e sanare una mancanza grave. Morire in ospedale… vuol dire farlo in diversi giorni, morendo di sete e di morfina. E’quello che chiamano suicidio assistito… cosa molto diversa dall’eutanasia legale. E’ il lavarsene le mani per mancanza di coraggio e lungimiranza politica, è fortemente deludente”.

Ora, a Remo rimane il dolore per tutto quello che non potrà fare o essere per se stesso e per i suoi cari: “Me ne andrò incompiuto ed arrabbiato, assolutamente non in pace perché subisco la mia morte come un’intollerabile ingiustizia. Lascio figli da crescere, lascio progetti incompiuti… nessuna compensazione di nessun’altra vita, compresa quella eventuale “eterna”, potrà mai risarcirmi di quanto sono obbligato a lasciare in questa!!!”.

Cosa sta succedendo in Italia

In Italia, una persona affetta da una malattia che, come la definisce il sito Eutanasia Legale, “non risponde più a trattamenti specifici e di cui la morte è la diretta conseguenza”. La sanità italiana dà la possibilità di essere sottoposti a cure palliative e, grazie alla legge del 219 del 2017, è possibile scegliere di rifiutare le terapie salvavita. Questo però è differente dall’essere sottoposti a eutanasia perché, di fatto, si lascia morire il corpo lentamente, in ospedale, magari sedati con una sedazione palliativa profonda.

Casi come quello di Dj Fabo riportano all’attenzione dell’opinione pubblica il dibattito sull’eutanasia, ma finora non ci sono stati sviluppi concreti a livello di legislatura, in questo senso.