Borsellino e Falcone

La Procura nazionale antimafia, secondo quanto diramato da Il Corriere della Sera, sarebbe favorevole a concedere gli arresti domiciliari a Giovanni Brusca, anche conosciuto come u verru o lo scannacristiani. L’uomo in carcere da 23 anni per aver ordinato di sequestrare, strangolare e sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo. Lo stesso che premette il telecomando che azionò la bomba che uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i 3 uomini della scorta che viaggiavano con loro – Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo – in quella che passò tristemente alla storia come la “strage di Capaci”.

Brusca chiede i domiciliari

Gli avvocati dell’ex boss di Cosa Nostra, collaboratore di giustizia dal 1996 Antonella Cassandro e Manfredo Fiormonti hanno avanzato di fatto un ricorso alla Corte di Cassazione chiedendo che il proprio assistito possa continuare a scontare la propria pena ai domiciliari. “Sono stati acquisiti elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca”, riporta il Corriere della Sera che ha ripreso la contestazione posta in essere da parte dei legali dell’ex boss mafioso.

Sa qual è la verità? Che il nostro dolore non conta niente – questa è invece la replica a ciò che arriva da Tina Montinaro, la vedova del caposcorta morto a Capaci che ha rilasciato il proprio sfogo ad AdKronosDicono che uno che ha ammazzato duecento persone e che ha sciolto un bimbo nell’acido si è ravveduto e che potrebbe andare tranquillamente ai domiciliari, quindi quanto vuole che conti il parere dei familiari delle vittime?”.

La vedova Montinaro: “Ci sentiamo presi in giro

Parole fortissime quelle della Montinaro e che arrivano proprio ad ormai ore dalla decisione che spetta alla Corte di Cassazione, chiamata a decidere sul futuro di Brusca.

Che ne parliamo a fare? – ha tuonato la Montinaro – Tanto ormai hanno deciso che tra un anno e mezzo Brusca sarà fuori, sarà un libero cittadini che ha scontato la sua pena. Per quanto ci possiamo lamentare, la nostra parola, il nostro dolore non contano niente. Perché lui è un collaboratore di giustizia e dicono che si è ravveduto“. E sempre all’AdnKronos, aggiunge: “Insomma, sono sincera, ci sentiamo presi in giro.

Parto sempre dal principio che forse abbiamo perso tempo nei processi a fare determinate cose, a crederci, perché arrivati a questo punto, come dicono a Palermo ‘Agneddu e sucu e finiu u vattiu‘, un modo di dire palermitano per intendere che ormai la decisione è presa e non c’è più niente da fare“.