Tra il 1965 e il 2017, 20 aziende hanno prodotto il 35% delle emissioni di CO2 globali. Lo annuncia un famoso centro di ricerca sul clima (Immagine di repertorio)

Un nuovissimo studio del Climate Accountability Institute, un istituto di ricerca americano, ha scoperto un fatto sconcertante. Circa il 35% delle emissioni globali di anidride carbonica e metano (gas serra) prodotte tra il 1965 e il 2017 sono imputabili a solamente 20 aziende. Sul podio dell’inquinamento troviamo al primo posto l’araba Saudi Aramco (4,38%), al secondo la statunitense Chevron (3,20%) e infine la russa Gazprom (3,19%). Fra le altre aziende incriminate dal report del CAI, figurano la Royal Dutch Shell olandese, la ExxonMobil americana, la PetroChina e la BP britannica.

La notizia è stata riportata dettagliatamente dal quotidiano britannico The Guardian, che per l’occasione ha ospitato fra le sue pagine anche Richard Heede, principale conduttore della ricerca.

La “Top 20” dell’inquinamento

Il Climate Accountability Institute è riconosciuto a livello globale come uno centri di ricerca più affidabili nello studio dell’emergenza climatica che stiamo vivendo. La ricerca del Dr. Richard Heede, uno dei 3 co-fondatori dell’istituto, ha messo in luce le responsabilità di 20 colossi dell’industria di petrolio, carbone e gas. Analizzando i dati raccolti dal 1965 al 2017, il team di Heede ha scoperto che la “Top 20” delle aziende più inquinanti ha prodotto 480 miliardi di tonnellate di CO2, pari al 35% del totale.

Dato ancor più allarmante se si guarda la vetta della classifica. 3 aziende da sole hanno prodotto in circa mezzo secolo oltre il 10% delle emissioni di combustibili fossili di tutto il pianeta. Queste compagnie hanno responsabilità morali, legali ed economiche sulla crisi climatica, ed un equivalente dovere nell’aiutare a risolverlo”, si legge nel report ufficiale del CAI.

La classifica delle 20 aziende più inquinanti, responsabili del 35% delle emissioni di combustibili fossili globali (Fonte: Climate Accountability Institute)
La classifica delle 20 aziende più inquinanti, responsabili del 35% delle emissioni di combustibili fossili globali (Fonte: Climate Accountability Institute)

L’invettiva contro le aziende che aggravano la crisi climatica

“La crisi climatica sta peggiorando, le emissioni sono in crescita e bisogna necessariamente ridurle del 45% entro il 2030 e totalmente entro il 2050”, scrive il CAI.

Sul Guardian, Richard Heede ha innanzitutto specificato che le emissioni derivano principalmente dall’uso dei prodotti di queste 20 aziende, come carburanti, gas naturali e carbone. Sono prodotti e immessi sul mercato sebbene le aziende sappiano che aggravano la crisi climatica. Stanno ignorando gli appelli per virare urgentemente verso le tecnologie rinnovabili.

Le aziende di combustibili fossili sono moralmente e legalmente obbligate a dire che minacciano la nostra salute, e ad accelerare verso la riduzione della minaccia. Invece, l’industria ha per decenni investito milioni nell’offuscare e negare la crisi climatica, per ritardare l’azione legislativa e non perdere una fetta del mercato. Contemporaneamente le compagnie di petrolio, gas naturali e carbone hanno beneficiato per decenni di centinaia di miliardi in sussidi governativi”.

La speranza del Dr. Heede

Nonostante l’aspra invettiva, il Dr. Heede mantiene tuttavia un certo ottimismo. “Nazioni, città e leader si stanno impegnando per ridurre le emissioni.

Protestanti in tutto il mondo chiedono a gran voce di agire. Io ho grande speranza che le emissioni un giorno verranno frenate. Ciò che mi spaventa son i capitali, le capacità e l’influenza politica che le compagnie posseggono per bloccare ogni sforzo di eliminare le emissioni entro il 2050. Per questo abbiamo deciso di sfidarle e nel 2011 abbiamo fondato il CAI. Lavoriamo con investigatori, scienziati, difensori dei diritti umani e avvocati per contrastare l’industria del carbone. Lo dobbiamo ai nostri discendenti e a noi stessi. Il Guardian ha inoltre contattato le compagnie citate dal report del CAI, ma solo in 8 hanno risposto, e non tutte riconoscono le proprie responsabilità.

La strada da fare per invertire la rotta dell’emergenza climatica, purtroppo, è ancora lunga.