serafina strano

È stata stuprata mentre lavorava nella guardia medica di Trecastagni (Catania), dopo essere stata sequestrata per ore dal suo aggressore. Serafina Strano, da allora, combatte per avere giustizia ma oggi scopre che non ha diritto neanche al risarcimento danni: l’assicurazione ritiene il diritto all’indennizzo “prescritto”. Dure le sue parole, pronunciate in un’intervista con Massimo Giletti. “A più di due anni di distanza ho rabbia. Non ho avuto giustizia, sono sola e combatto tutti i giorni”.

Sequestrata per ore dal suo aguzzino

Serafina Strano è stata stuprata mentre era, da sola, sul luogo di lavoro, il 18 settembre 2017. È una dottoressa e stava facendo il turno di notte quando un uomo, il 26enne Alfio Cardillo, è entrato chiedendo una visita.

Dopo pochi attimi l’uomo ha reso innocue le misure di sicurezza, intrappolando la donna sul suo stesso posto di lavoro e violentandola per ore. Serafina si è salvata grazie a un passante che, sentendo le sue urla provenire da dentro la guardia medica, ha allertato le forze dell’ordine. Cardillo fu trovato ancora mezzo nudo, mentre la dottoressa riusciva a scappare alle sue grinfie.

Una battaglia a volto scoperto

Cardillo è stato condannato a 8 anni di reclusione, lei al dolore di una notte che l’ha segnata per sempre.

Oltre il danno, l’umiliazione: Serafina Strano si è da subito rivolta alle autorità e non ha mai nascosto il suo volto, ma né l’Ordine dei Medici di Catania, né la struttura, sembra essere stata al suo fianco. Nessuna istituzione si è costituita parte civile al processo contro Cardillo, che lei ha affrontato da sola. Ora, la beffa del risarcimento. Era stata la Asl di Catania ad attivare la pratica (ogni guardia medica ha una polizza assicurativa contro infortuni) ma a quanto pare Serafina Strano non aveva i requisiti per essere risarcita.

Nel linguaggio dell’asettica burocrazia, l’assicurazione ha risposto a Serafina Strano che non sarà risarcita per quello che le è accaduto.

Il motivo? “Il diritto all’indennizzo risulta prescritto“. Ora si cerca di capire dove sia stato commesso l’errore: a quanto ne sapeva Strano, l’asp avrebbe fatto partire subito la pratica di risarcimento, per cui la caduta in prescrizione risulta inspiegabile.

La burocrazia del dolore

Ogni parola della lettera dell’assicurazione (letta da Massimo Giletti a Non è l’Arena) è una nuova ferita: “In relazione al sinistro in oggetto e da riscontro sua del 20.09.2019 sue comunichiamo che non possiamo effettuare alcun pagamento“. Oltre il danno, la beffa: le conseguenze che Serafina ha dovuto sopportare sembra non siano quelle che si si aspetta dopo un infortunio: “In ogni caso, gli stati d’ansia e/o le sindromi soggettive non sono valutabili in polizza infortuni”. Serafina, però, non ha tamponato con l’auto, né è caduta accidentalmente. È stata violentata sul posto di lavoro, in un ambiente che lei denuncia essere privo di vere difese: al polso aveva un braccialetto che, se attivato, faceva partire una chiamata al 112: al suo stupratore è bastato staccare il telefono per tagliarle un collegamento con il mondo. Le telecamere? Non collegate alle forze dell’ordine. Nessun vigilante, nessuna guardia. Solo una gabbia priva di voce dalla quale, per lei, è stato impossibile scappare per ore e ore.