L'attentato di Maurizio Costanzo in via Fauro

In un’intervista al Corriere della Sera, l’autista NCC Stefano Degni ha raccontato di come sia riuscito a salvare la vita a Maurizio Costanzo e Maria de Filippi, in quel lontano maggio del 1993.

Il fallito attentato a Maurizio Costanzo

14 maggio 1993. Una data, questa, che ha rischiato di passare alla storia e di essere messa affianco al 23 maggio e 19 luglio 1992, le date che sancirono la morte di Falcone e Borsellino. Quel giorno la mafia di Totò Riina decise che Maurizio Costanzo doveva morire e venne quindi organizzato l’attentato di via Fauro. Nella vicenda recentemente è stato anche coinvolto Silvio Berlusconi.

Ad ogni modo, la storia è andata diversamente e lo si deve anche all’autista NCC (Noleggio con conducente) che accompagnava Maurizio Costanzo, che giusto poche settimane fa ha parlato dell’attentato in un’intervista a Domenica In.
Dopo 26 anni, Stefano Degni è tornato su quella vicenda che poteva tingere di nero un’altra pagina del giornalismo italiano.

Il momento della detonazione

Nell’intervista rilasciata a Fabrizio Peronaci, l’autista dimostra di avere bene in mente ogni singolo dettaglio di quell’evento: “Era un venerdì. Domenica si giocava la finale degli Internazionali di tennis e lei mi chiese se potevo accompagnarla”. Inizia così il racconto di quella sera, quando Stefano Degni prelevò Maurizio Costanzo e consorte fuori dal teatro Parioli, dopo una registrazione del MC Show.

Maria pronuncia la parola ‘tennis’, io rispondo. In quel momento bum! la fine del mondo, scoppia tutto, buio, la Bosnia, macerie ovunque”.
L’auto su cui stavano viaggiando, una Mercedes, aveva appena svoltato in via Boccioni, quando esplosero 100 chili di tritolo, pentrite e T4. Abbastanza per far finire un’auto sul secondo piano di un palazzo. “La macchina si alzò di almeno un metro. Poi ricadde sul fianco. Mi colpì Costanzo. Capì subito cos’era successo e con grande calma disse: “Mamma mia, questa era per me”.

Salvi per pochi secondi

Un pentito disse che l’attentato fallì perché non avevano riconosciuto la macchina, ma Stefano Degni non ci sta e racconta la sua versione, per una questione di orgoglio. Mi sarebbe piaciuto che il mio contributo fosse stato riconosciuto”.
Il motivo per cui l’attentato fallì, per l’autista, fu un altro: “Gli esecutori materiali attendevano un segnale precisosi legge nell’intervistal’accensione degli stop, provocata dalla mia frenata prima di girare in via Boccioni, esattamente nel punto in cui era posizionata l’auto-bomba”. Tuttavia, le cose andarono diversamente: Stefano Degni non freno, ma rallentò col “primino”, ossia innestando la marcia più bassa e, invece di frenare, alzando il piede dalla frizione. Tanto bastò: “Questo li ha confusi. Me l’ha confermato un funzionario della polizia scientifica. Uno o due secondi decisivi”.

L’uomo armato di mitra

Dopo l’esplosione, tuttavia, l’incubo non era ancora finito. Stefano Degni era ferito (con lui altre 22 persone nei dintorni), ma uscirono tutti e tre dall’auto. Rifugiati dentro un palazzo, videro “un uomo con la barba e i capelli scuri, che imbracciava una mitraglietta. Si avvicinò per controllare se eravamo morti”. Un’ulteriore riprova che l’intuizione di Maurizio Costanzo era esatta: quella bomba era destinata a lui: “Era uno degli attentatori. Quasi certamente incaricato, se fosse servito, di dare il colpo di grazia”. Le sirene dei soccorsi, tuttavia, lo misero in fuga.
Sulla questione, Stefano Degni racconta un aneddoto che fa sorridere: “Polizia e carabinieri ebbero un diverbio su chi era arrivato per primo in via Fauro, e come tale aveva diritto a interrogarmi”.

La vita dopo l’attentato

Stefano Degni riportò ferite non gravi, ma la sua vita è comunque cambiata da allora e sente di non aver ricevuto adeguato risarcimento: “Con questa storia ci ho rimesso la salute e circa 200 milioni di lire. La Mercedes mi fu sequestrata: per le indagini balistiche finì nello stesso hangar dell’aereo di Ustica”. Neanche la compensazione fu sufficiente: “Per i danni fisici e psichici, lo choc, la polvere di vetro negli occhi, che ho tuttora, ho ricevuto 20 mila euro, e sa quando? Nel 2010”.
Neppure la coppia cui salvò la vita sembra avergli dato il giusto credito: “Dopo un paio di mesi mi regalarono uno svegliarino Jaeger-LeCoultre, bello per carità, ma sempre un orologio resta…”
Una testimonianza che, anche a distanza di 26 anni, aggiunge un ulteriore lato al racconto dell’attentato, tra i momenti più importanti del giornalismo italiano di quegli anni.