paolo borsellino

Continuano a emergere dettagli sconcertanti sul depistaggio seguito alla strage di Via D’Amelio in cui venne ucciso il magistrato antimafia Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina e Agostino Catalano. A parlare davanti i giudici del Tribunale di Caltanissetta oggi è stato Giampiero Valenti, l’ispettore di polizia tirato in ballo nelle indagini sul depistaggio dal “falso pentito”, Vincenzo Scarantino, che si affibbiò la colpa di quella strage, perché sotto pressione, come ha rivelato di recente agli inquirenti durante il procedimento contro i 3 poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo accusati di aver forzato le sue confessioni e di essere tra quelli che depistarono le indagini sulla strage.

Scarantino con le sue dichiarazioni spedì in carcere 9 innocenti che dopo 18 anni sono state scagionate e che ora si sono costituite parte civile nel procedimento. Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza fece poi emergere la falsità delle sue dichiarazioni. Dalle parole di Giampiero Valenti emergono importanti novità sulle intercettazioni cui veniva sottoposto il falso pentito.

Giampiero Valenti e l’intercettazione interrotta

Come riporta Repubblica, l’ispettore di polizia Giampiero Valenti ha innanzitutto chiarito che la sua presenza al fianco di Scarantino sarebbe stata molto più limitata di quella descritta dal falso pentito: “Scarantino ha sbagliato il mio cognome il Giampiero di cui parlava non ero io, ma un altro collega, che si presentava col mio nome“.

L’ispettore ha poi chiarito quali erano i suoi compiti nell’ambito dell’attività di agente della scorta: “Il mio compito era quello di gestire la famiglia di Scarantino e le loro esigenze. (…) Non ricordo esattamente dove si trovasse il telefono in quella casa. Quando poi finì l’attività di intercettazione ci chiesero di firmare dei brogliacci. Riconosco la mia firma ma nego di conoscere quella che è l’attività di intercettazione“.

A riguardo, ricorda però benissimo quando gli fu dato l’ordine di sospendere momentaneamente i rilievi sul falso pentito: “Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati“. Giampiero Valenti ha poi aggiunto: “Fu il collega Di Ganci, mio superiore, a dirmi che dovevamo staccare l’apparecchio. Quando poi smise di parlare coi magistrati, mi disse di riavviare“. Di Ganci, che sarebbe già stato ascoltato, non avrebbe parlato di questa richiesta di interruzione delle intercettazioni. Quando è stato chiesto il motivo per cui non avesse segnalato l’irregolarità, Giampiero Valente ha risposto: “All’epoca, non mi sembrò una cosa illecita a chi dovevo fare una relazione di servizio? Al mio ufficio, che mi aveva chiesto di staccare quella intercettazione?“.

Giampiero Valenti: “Io con questa storia non c’entro proprio nulla

Giampiero Valenti avrebbe firmato i verbali delle intercettazioni. Come riferisce Repubblica, a proposito di questo, l’ispettore ha ammesso davanti ai giudici: “Sono stato uno stupido perché non avevo alcuna esperienza“.

L’11 giugno scorso, sono finiti sotto indagine anche due ex magistrati della Procura di Caltanissetta, Carmelo Petralia e Anna Maria Palma, accusati di calunnia aggravata in concorso per aver collaborato nel depistaggio delle indagini sull’attentato in cui morì Paolo Borsellino e che pare che garantirono sull’affidabilità delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino. Intanto, non è stato ancora reso noto il contenuto delle 19 bobine che dalla Procura di Caltanissetta sono finite lo scorso giugno a quella di Messina e che potrebbero far emergere tutte le persone coinvolte nel depistaggio seguito nella strage di Via D’Amelio.