Francesco Bellomo

Una prima parte del caso Bellomo, il giudice e Consigliere di Stato accusato di stalking e violenza privata, si è conclusa. La Procura di Milano ha accettato la richiesta di archiviazione, perché i fatti non hanno rilievo penale.

Il “nuovo bunga bunga”

A Francesco Bellomo erano stati notificati i domiciliari a luglio, dopo che la Procura di Bari aveva aperto un fascicolo su di lui. I fatti però vanno indietro al 2016, quando prima una giovane studentessa e poi via via molte altre ne avevano denunciato il comportamento poco consono.
L’ex giudice, docente di una scuola di formazione per magistrati, richiedeva infatti alle sue allieve un dress code succinto, minigonna, l’approvazione dei fidanzati e molto altro.

Tale richiesta era stata fatta sottoscrivere ad almeno 4 ragazze tramite un contratto, un codice di condotta da tenersi nei confronti del Consigliere di Stato.
A seguito dello scandalo, è arrivata anche la decisione del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa di destituirlo dalla magistratura. Bellomo aveva chiesto di essere giudicato come uomo e non come magistrato, ma invece è stato destituito dalle carica dal gennaio 2018.

Caso archiviato a Milano

Il nuovo capitolo della vicenda arriva da Milano, dove i Pm avevano richiesto l’archiviazione del caso.

Così è stato: il giudice per le indagini preliminari Guido Salvini ha archiviato l’inchiesta per stalking e violenza privata.
Tra le motivazioni comunicate, il fatto che le telefonate a tarda serata e la richiesta del dress code “non hanno rilievo penale”. Nonostante quindi il suo comportamento fosse ben oltre “i normali caratteri di un rapporto di collaborazione accademica”, i fatti non costituiscono un reato. Il giudice ha poi analizzato, dal punto di vista penale, gli altri fatti, compresa la pressione psicologica sulle ragazza coinvolte.
Queste avevano infatti riportato di essersi sentite costrette a sottostare alle sue misure per paura di essere espulse dal corso.

Una di loro, aveva dichiarato che Bellomo le aveva suggerito di lasciar perdere la carriera da magistrato. Secondo il giudice Salvini, tale paura era “uno stato soggettivo forse autoindotto, alimentato dall’autorevolezza dell’indagato”.

“Erano libere di scegliere”

Non trova fondamento quindi, secondo il giudice, l’azione coercitiva delle richieste di Bellomo. Nessun obbligo, quindi, delle studentesse verso l’ex magistrato. Non costituisce reato neanche la firma di quel codice di condotta, la cui sottoscrizione “pur nella sua ‘singolarità’, era rimessa alla libera volontà delle aspiranti, che in diversi casi – ha sottolineato il giudice – si sono rifiutate di firmare per continuare a frequentare le lezioni nella veste di studentesse ordinarie”.

Sullo stesso tema ha fatto notare come lo scambio di messaggi tra le 3 borsiste e la ricercatrice e Bellomo non fosse unilaterale. Infatti le conversazioni rientrano “nell’ambito di una rete di scambi connotata da reciprocità”. Significativo, secondo le note del decreto di archiviazione, che nessuna di queste abbia presentato opposizione.

Resta indagato a Bari

Il giudice quindi ha archiviato il caso perché non esistono i presupposti per un reato, data la non opposizione delle studentesse e la “paura autoindotta” di perdere il corso. Inoltre, Bellomo avrebbe già pagato caro un comportamento senza dubbio inappropriato, che “ha avuto come conseguenza la massima sanzione, quella della destituzione da Consigliere di Stato”.
Bellomo resta comunque indagato dalla Procura di Bari, che continua a vagliare le testimonianze dell’ex giudice e delle ragazze coinvolte.