impianto dell'ex ilva di taranto

Taranto continua ad essere un’area calda, metaforicamente e non solo: “Per noi non ci sono le condizioni per recedere dal contratto, per noi ArcelorMittal deve applicare tutte le parti del contratto“, le parole di Maurizio Landini ad Ansa, segretario generale della Cgil a margine dell‘incontro odierno segnato in agenda alle 15:30 al Mise tra i sindacati dei metalmeccanici Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil sulla spinosa situazione tarantina e l’ArcelorMittal che ha manifestato l’intenzione di spegnere gli altoforni dell’ex Ilva.

Nessun segnale d’apertura da parte del colosso franco-indiano, sempre più concreto l’abbandono dell’impianto.

Ex Ilva, ArcelorMittal: il piano di spegnimento

Circa 10 giorni fa, proprio i vertici della ArcelorMittal avevano comunicato al Tribunale di Milano di voler interrompere il contratto che legava la società all’impianto, l’ex Ilva di Taranto.

E sempre al Tribunale di Milano si sono rivolti ora i sindacati, appoggiati dagli ambienti politici, per impedire lo spegnimento degli altoforni minacciato dalla ArcelorMittal. Stando a quando filtrato, la ArcelorMittal sembra avere anche un piano già delineato: spegnere l’altoforno n° 2 il 13 dicembre, il n°4 il prossimo 30 dicembre e l’ultimo, il n°1 il 15 gennaio, abbandonando così l’impianto.

Un abbandono dalle gravi e pesanti conseguenze

Di contro però, lo Stato che è tuttora proprietario dell’ex Ilva cui l’ArcelorMittal risulta essere solamente affittuaria.

Lo spegnimento degli altoforni, se così avvenisse, sarebbe l’inizio di un lungo processo che non risparmierebbe danni, qualsiasi sia il punto di vista. Si va dal danno economico: lo spegnimento degli altoforni, come spiegano gli esperti, risulta essere una procedura estremamente delicata e di consueto, lo spegnimento di un solo altoforno viene stabilita con un anno di anticipo e richiede mesi e mesi di elaborazione. La situazione a Taranto, così presentata però, è molto diversa: l’ArcelorMittal sembra di fatto intenzionata a spegnere non uno ma 3 altoforni nel giro di poche settimane.

Un danno economico da centinaia di milioni di euro

Ponendosi sempre all’interno di un periodo ipotetico, qualora la magistratura (l’unica al momento che sembra poter avere le forze e le carte per bloccare le azioni della multinazionale) non riuscisse ad impedire l’iter di spegnimento, i danni all’impianto potrebbero essere gravi se non gravissimi, per certi versi quasi irrecuperabili se non con l’impiego di milioni e milioni di euro. Trattandosi di strutture complesse all’interno delle quali viene prodotta la ghisa, spegnerli può equivalersi, potenzialmente a romperli e per le ricostruzioni, oltre a richiedere mesi se non anni di lavori, servirebbero centinaia i milioni di euro che volti a risanare il danno.

La disfatta di un leader mondiale

Questa situazione rappresenta anche la disfatta del leader mondiale dell’acciaio che non ha spudoratamente rispettato gli accordi sottoscritti – le forti dichiarazioni di Rocco Palombella, Segretario Generale Uilm, riportate da Tarantini TimeDa mesi denunciamo e facciamo appelli drammatici sulle condizioni produttive e industriali ma purtroppo non siamo stati ascoltati“. Discorrendo sul piano-spegnimento preannunciato dalla ArcelorMittal: “Da questo momento – sempre Palombella – Si avvierà una fase una fase drammatica in tutti gli stabilimenti italiani che avrà gravi ripercussioni su tutto il sistema industriale nazionale. Diventa difficile partecipare all’ incontro previsto per domani al Mise dopo che la multinazionale ha comunicato la fermata di tutti gli stabilimenti, disattendendo l’accordo del 6 settembre 2018“. Senza contare che, sempre Palombella, ha lasciato intendere cosa potrebbe agitarsi, in secondo piano ma comunque rilevante, dietro all’azione dell’ArcelorMittal: abbandonare l’impianto in primo luogo, lasciarlo in condizioni che non ne permettano l’utilizzo da parte di un ipotetico concorrente in secondo.

Italia col fiato sul collo

Dall’altra parte, contro le accuse di sindacati e politici che si oppongono alla minaccia d’abbandono sempre più concreta della ArcelorMittal, la stessa multinazionale che sostiene di avere più di una ragione per avviare lo spegnimento e lasciare l’ex Ilva: tra queste, un’ingiunzione posta in essere dai giudici di Taranto procedendo per la messa in sicurezza di uno dei 2 altoforni entro il 13 dicembre, data che ritorna.

All’ingiunzione, la seconda ragione in aggiunta: la rimozione dello scudo penale nei confronti di manager di ILVA, un rischio per i suoi dirigenti. In merito però, il governo ha già informato la multinazionale di aver intenzione di ripristinare lo scudo penale in attesa di una soluzione per prorogare anche il termine dei lavori di messa in sicurezza. Di fronte a queste proposte però, l’ArcelorMittal nei precedenti incontri avrebbe declinato parlando di offerta insufficiente. Le proiezioni degli esperti, guardando il futuro, sono le più nefaste per il Paese che senza l’ex Ilva e dunque senza la produzione di laminati piani, perderà la propria autonomia dovendo forzatamente rivolgersi a Paesi terzi bramosi di poter mettere le mani in quello che sembra prospettarsi essere un enorme vuoto.