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La Procura di Roma ha concluso le indagini preliminari sul caso della foto di uno degli indagati per la morte di Mario Cerciello Rega – carabiniere ucciso a Roma il 26 luglio scorso – che fu bendato in caserma dopo il fermo. Si tratta di Natale Hjorth (attualmente detenuto con l’accusa di concorso nell’omicidio del vicebrigadiere insieme all’amico, Finnegan Lee Elder) la cui immagine era stata diffusa a margine dell’arresto, scatenando il caos. L’atto precede la richiesta di rinvio a giudizio e sono 2 i militari a rischiare il processo per la vicenda.

Militari a rischio processo per il bendaggio di Hjorth

Ammanettato e bendato, prima dell’interrogatorio a margine del fermo disposto nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso il 26 luglio scorso a Roma.

Il protagonista dello scatto è Natale Hjorth, uno dei due accusati del delitto (attualmente in carcere, arrestato con l’amico Finnegan Lee Elder) la cui immagine aveva fatto il giro delle testate nazionali.

Proprio per quella foto, la Procura di Roma aveva avviato le indagini sulla condotta di alcuni militari che ora, dopo l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, rischiano di finire alla sbarra.

L’atto, infatti, precede la richiesta di rinvio a giudizio che potrebbe portare a processo 2 carabinieri che, secondo l’accusa, avrebbero avuto ruoli differenti nella vicenda del bendaggio.

Al netto di tutti i tecnicismi del caso, i militari avranno 20 giorni di tempo per replicare alle contestazioni chiedendo un interrogatorio o con il deposito di memorie difensive.

Le accuse contro i carabinieri

Secondo quanto riportato da Adnkronos, a carico del carabiniere che avrebbe bendato Hjorth penderebbe l’accusa di misura di rigore non consentita dalla legge.

Nel registro degli indagati anche un collega, accusato di abuso d’ufficio e pubblicazione di immagini di persona privata della libertà (colui che avrebbe scattato la foto).

Sempre secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa, la Procura avrebbe evidenziato la diffusione dell’immagine su almeno 2 chat WhatsApp (una delle quali con 18 partecipanti), circostanza che avrebbe poi dato vita al rilancio dello scatto da parte di terzi ad altri soggetti.

Per la Procura, uno dei militari indagati avrebbe inoltre fornito “specifiche indicazioni sui primi risultati investigativi ottenuti“, in violazione dei doveri inerenti alle funzioni e al servizio.