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Non si può parlare di acquisizione ostile, pare, ma non è che ci sia stato un accordo tra le parti. Questa notte Intesa San Paolo ha deciso di fare un’offerta pubblica e volontaria per l’acquisizione di Ubi Banca, uno dei 4 istituti bancari attualmente più forti su territorio nazionale.

La finanza si è svegliata con “un nuovo capitolo”

Carlo Messina, CEO di ISP, ha definito l’operazione come il primo passo verso “un nuovo capitolo della storia di questo gruppo”. Ubi, dal canto suo, ha comunicato ufficialmente di essere in fase di valutazione dell’offerta, senza che i giochi siano comunque definitivamente chiusi.

Stamattina la borsa di Milano si è svegliata in un clima di agitazione raramente visto: mentre nella notte l’istituto di maggiore eccellenza a livello nazionale avanzava un’Ops verso la rinomata (ma più contenuta) Ubi Banca, il mondo della finanza prendeva atto dello scacco matto a partire dal Presidente emerito di Isp, Giovanni Bazoli, che ha comunicato di aver saputo della mossa in diretta come tutti i comuni mortali.

L’offerta: meno filiali, più giovani e quasi 5 miliardi

Ma in cosa consiste questa offerta?

Facile dirlo. Intesa ha offerto 17 azioni ordinarie “di casa” in cambio di 10 azioni Ubi, in modo da aumentare il valore di quest’ultime da 2,502 euro (prezzo fissato a San Valentino) a 4,254. Ciò significherebbe un pagamento di modifica 4,86 miliardi di euro per l’istituto lombardo. Nel patto ci sarebbe anche la “consegna” di circa 400-500 filiali a Bper Banca, terzo e più ridotto attore sul palcoscenico, e le assicurazioni a Unipol Sai. D’altronde Isp non vede nella gestione face-to-face il futuro del mondo finanziario italiano, mentre si è mossa con accortezza per mantenere rapporti fluidi con i sindacati, mettendo nell’accordo la volontà di assumere 2500 giovani.

Va detto però che si calcola possano essere fino a 5000 le uscite dal nuovo gruppo.

E Intesa, in cambio, cosa si prospetta di ottenere? A quanto pare, tutto il resto. Un aumento sostanziale del valore da presentare agli azionisti, la creazione di sinergie per 730 milioni di euro, il raggiungimento di 6 miliardi di utili dal 2022. Sul palcoscenico, Ubi si mostra riflessiva e ponderante: “Ubi è centrale per l’Italia e il suo sistema bancario.

Il Car (Comitato azionisti di riferimento, ndr) è già al lavoro per valutare il quadro, ma le riflessioni prenderanno il loro tempo”.

In teatro Isp attende, e intanto in borsa il clima è caldo. Intesa sale di +2,32, ma è Ubi la regina della festa, con un +22,46: Bper Banca, invece, scende di -8,94. A dimostrazione che l’acquisizione in termini di filiali forse, davvero, non affascina più nessuno.

Carlo Messina pensa al futuro

Carlo Messina ha solo parole fortemente proiettate al futuro per il presunto scacco matto: “Il nostro settore, a livello europeo, è entrato in una nuova fase che richiede maggiori dimensioni, una più ampia capacità di investire e l’adozione di un nuovo modello di finanza sostenibile”.

Con in mano la potenza prima e il management di Ubi inglobato in posizioni al vertice nel nuovo gruppo, Messina visualizza la potenza di ciò che verrebbe a crearsi: “Grazie a questa operazione, la banca che nascerà dall’integrazione tra Intesa Sanpaolo e Ubi potrà essere uno dei leader del sistema bancario europeo”.

Il tutto è accaduto subito dopo che Ubi aveva presentato agli investitori un nuovo piano al 2022 che prevedeva chiusura di filiali (un po’ meno di 200) e 2mila esuberi.

Insomma, taglio di filiali e personale: una parziale e sottile affinità con il “futuro” che, meno di 24 ore dopo, pare abbia bussato alle porte dell’istituto.

Chi è che non ha il coltello dalla parte del manico?

Ora ci si chiede: chi è il prossimo? Che Messina stesse tastando il terreno per inglobare istituti bancari non è un mistero, e un analista riportato da Milano Finanza avrebbe dichiarato: “A prescindere dal fatto che l’operazione vada a buon fine o meno, si sta scatenando tutta una serie di “lateral thinking” su altre potenziali operazioni di aggregazione.

Naturalmente nel panorama bancario c’è chi ha più gioco e libertà di trattativa e chi ne ha meno, e non è improbabile che in questo momento gli istituti stiano riflettendo sulla possibilità di appartenere più nella categoria delle “prede” o quella degli “accordabili”.