delfini taiji

Mancano poche settimane alla fine della stagione ufficiale di caccia al delfino in Giappone e le violenze su questi intelligenti mammiferi marini non sembrano arrestarsi. A documentarlo è la Ric O’barry’s Dolphin Project, organizzazione no profit che da anni segue con apprensione l’annuale mattanza di cetacei nella baia di Taiji, in Giappone. Ieri, mercoledì 19 febbraio, l’ultimo di una lunga serie di allarmi: i cacciatori giapponesi hanno intercettato e accerchiato un branco di 55 stenelle striate. Una volta condotti nella baia di  Taiji, gli animali sono stati massacrati. Un solo cucciolo è stato “salvato” dai cacciatori e portato a bordo: rivenduto a un delfinario, frutterà migliaia di euro.

Come si svolge la caccia nella baia di Taiji

Il copione della mattanza è sempre lo stesso. I cacciatori lasciano il porto all’alba e si dirigono il mare aperto: conoscono bene le rotte che i delfini seguono nella loro migrazione. Quando localizzano un branco di cetacei, dispongono le imbarcazioni in modo da accerchiarlo e producono dei rumori che, sott’acqua, infastidiscono i delfini. Nel tentativo di allontanarsi, gli animali nuotano nella direzione opposta, firmando la propria condanna.

Una volta condotti nella baia di Taiji, spesso dopo ore e ore di inseguimento, gli animali sono esausti e confusi, sbattono gli uni contro gli altri o contro le rocce. La sanguinaria mano umana fa il resto.

Perché i delfini vengono cacciati?

Nel solo mese di febbraio, la Ric O’barry’s Dolphin Project ha documentato numerosi episodi simili. La stagione della caccia si apre il 1° settembre, per terminare i primi giorni di marzo. Ma qual è lo scopo di questa pratica, legale in Giappone? I delfini intrappolati nella baia di Taiji vengono uccisi o catturati.

Nel primo caso, la loro carne è rivenduta sul mercato locale, sebbene questa non sia molto apprezzata dai consumatori giapponesi. Spesso quindi la carne di delfino è spacciata per carne di squalo, più pregiata e di conseguenza più redditizia. Se catturati, il destino degli animali è invece trascorrere la loro vita in un delfinario. Il solo Giappone ha più di 50 delfinari, dai grandi acquari a piccole vasche nei motel in cui si  ha la possibilità di “nuotare con i delfini”. Il Giappone inoltre esporta cetacei in svariati delfinari dei  paesi asiatici o in Medio Oriente.

L’appello dell’organizzazione Dolphin Project

“Per questi animali sensibili, intelligenti, consapevoli di se stessi e intensamente sociali, il livello di sofferenza durante l’intero processo (…) è inimmaginabile”, dichiara l’organizzazione. Negli ultimi sei mesi il team del Ric O’barry’s Dolphin Project ha lavorato intensamente per documentare con video e fotografie, diffusi su tutti i social, i brutali eventi della baia di Taiji. “Non siate complici”, chiede alla società civile. L’ultima campagna lanciata dall’organizzazione è incentrata sul rifiuto di acquistare biglietti d’ingresso in delfinari in cui gli animali sono forzati a esibirsi in show.

“Nessuna scusa può giustificare questo livello di crudeltà”, dichiara il fondatore Ric O’barry: “Non il cibo. Non il divertimento”.

(Immagine in alto: Ric O’ Barry Dolphin Project/Facebook)