persone in metro

Agli albori del Coronavirus, la Cina aveva optato per il silenzio assoluto. Era stato il laboratorio di Wuhan, nei primissimi giorni di gennaio, a diramare una direttiva che imponeva il silenzio stampa nei confronti dei media. La bolla sarebbe esplosa solo a fine gennaio, per via di un caso di contagio di un 35enne americano, tornato in patria: il suo caso, che era stato curato, era finito sulle pagine del New England Journal of Medicine, raggiungendo la “popolarità” a livello mondiale.

Il laboratorio: “Non diffondere dati”

Mentre si scoprono i primi casi di contagio a Codogno, tra cui una donna incinta all’ottavo mese ed un uomo di 35 anni in gravi condizioni, La Stampa fa uscire una notizia che sconvolge gli equilibri della vicenda.

Pare, infatti, che al laboratorio di virologia di Wuhan, il 2 gennaio scorso, sia stata diramata al personale una mail, in cui si dichiarava: “Il comitato sanitario nazionale richiede esplicitamente che tutti i dati sperimentali dei test, i risultati e le conclusioni relative a questo virus non siano pubblicati su mezzi di comunicazione autonomi”.

Il caso del 35enne americano

Un silenzio dalle gambe corte: tutto si infrange davanti all’esplosione del virus nel corpo di un 35enne americano, che aveva fatto visita alla famiglia a Wuhan ed era poi tornato a casa sua negli Usa.

Era ormai la terza settimana di gennaio e, davanti al peggiorare dei sintomi, i medici tentano il tutto per tutto somministrandogli del Remdesivir, farmaco non approvato dall’FDA e utilizzabile in casi di ebola. Il farmaco comincia a fare effetto subito e il 31 gennaio, il giorno successivo alla conferma di avvenuta guarigione, il New England Journal of Medicine pubblica il caso.

Pochi giorni prima Wuhan aveva chiesto a Washington di poter brevettare il remdesivir e portarlo in patria. Una tempistica anomala, visto che in quei giorni a Wuhan non si parlava ancora neanche di “stato di emergenza”.