Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, morto nella strage di Capaci

Di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di Giuseppe Costa, accusato di associazione mafiosa e fratello della vedova Schifani, il cui marito morì nella Strage di Capaci. Una ferita riaperta per la donna, che in un’intervista ha rilanciato l’offerta di perdono, a patto che il fratello si inginocchi e inizi a collaborare con la giustizia.

Il cognato era nella scorta di Falcone

Sono passati 38 anni, ma il dolore e le ferite provocate dalla Strage di Capaci hanno un’ombra lunga, lunghissima, arrivata fino a ora. Qualche giorno fa, si è appreso che la Dia di Palermo ha arrestato 8 persone, tra cui Giuseppe Costa detto U’Checcu, fratello di Rosaria, che ha perso il marito Vito Schifani sull’autostrada di Capaci, il 23 maggio 1982.

Il fratello ora è accusato di far parte della famiglia mafiosa di Vergine Maria e di aver riscosso per loro estorsioni e altre attività criminali. Per lui, la vedova Schifani ha lo stesso messaggio che lanciò ai funerali del marito nel lontano 1982.

L’intervista alla vedova Schifani

A raccogliere le sue dolorose parole è il Corriere della Sera, che l’ha raggiunta a seguito della notizia dell’arresto del fratello.

La donna è sempre stata esempio di forza e fermezza: ai funerali chiese vendetta ma promise perdono, a patto che i mafiosi responsabili si fossero inginocchiati. Stesso consiglio che dà al fratello. “Adesso inginocchiati tu, Pino, mio Caino, fratello traditore” dice Rosaria Costa.
Quindi racconta: “Di questo debosciato che non vedo da tempo, nemmeno quando corro a Palermo per assistere mia madre, alle soglie dei 90 anni, pronta per morire se qualcuno le raccontasse cosa sta accadendo. Come vorrei morire io. Travolta dalla vergogna“.

L’invito a collaborare con la giustizia

Seppur travolta dalla vergogna e con un lutto pesante nel cuore, forse mai superato, la vedova Schifani dà un consiglio al fratello Pino: “Per salvarsi deve chiedere ai magistrati di essere ascoltato, di ammettere tutte le sue colpe, se ne ha, e di rivelare ogni recondito segreto, se ne conosce“.
Di lui ora non ha più notizie, ma sono cresciuti insieme: “L’adolescenza di un bullizzato. Lo chiamavano “Pino il checcho”. Per la balbuzie. Sempre isolato. A un tratto, a tredici anni, non è più andato a scuola.

E ha cominciato a cercare un lavoro, a fare il manovale, il muratore” racconta al Corriere della Sera.

Il figlio di Vito Schifani è nelle Fiamme Gialle

Sono stati quindi gli ambienti malsani delle borgate a farlo cadere in trappola, per la sorella. La porta è aperta, ma solo se si dovesse pentire, altrimenti: “Lo ripudierei definitivamente. Ma non può restare in silenzio rovinando pure i suoi ragazzi, un figlio benzinaio, una figlia estetista. Li affosserebbe per sempre“.
Anche lei ha un figlio, che al tempo della Strage di Capaci aveva 4 mesi. Ora è un capitano delle Fiamme Gialle e sentirlo parlare di antimafia è un orgoglio, al contrario del fratello: “chiedo scusa al mondo per avere avuto un mostro in famiglia“.

Lo stesso Edoardo ad Adnkronos ha confermato la distanza da quel parente. “Con mio zio non c’erano rapporti. Da tempo. Zero rapporti“. Vivono a Genova, ora, ma la lunga ombra della mafia e del passato è arrivata di nuovo fino a loro.