100 milioni di dollari per combattere il virus Ebola in Congo: ma i soldi per gli aiuti non sono mai arrivati a destinazione, son tornati agli investitori privati (Immagine di repertorio)

100 milioni di dollari scomparsi. La Banca Mondiale li aveva messi a disposizione per affrontare la crisi sanitaria e umanitaria dell’Ebola, il virus che conta già più di 11mila morti nella Repubblica Democratica del Congo (otto volte più grande dell’Italia) e in Africa occidentale. Ma dove sono finiti quei soldi? Questa la domanda centrale dell’inchiesta di Francesco Sparano su Altreconomia.

Un “meccanismo finanziario distorto”

I 100 milioni suddetti furono promessi dall’ex presidente della banca, Jim Yong Kim. Secondo quanto scrive Sparano, il denaro fu erogato “attraverso un meccanismo finanziario distorto, per cui quelle risorse non si sono mai trasformate in un contributo a favore delle popolazioni colpite, bensì in premi a investitori privati”.

Nel 2016 la Banca Mondiale creò la Pef (Pandemic emergency financing facility), uno strumento finanziario che serviva a raccogliere fondi privati per le emergenze legate alle pandemie. Tuttavia, pare che quei 100 milioni stanziati per l’Ebola non siano mai arrivati a destinazione.

Ci guadagnano i privati

La chiave di tutto ciò sta nel meccanismo di base del Pef, che segue una logica assicurativa: “un soggetto paga ogni anno un premio a un’assicurazione in cambio di un rimborso per sostenere le spese causate da un determinato evento.

Nel caso del Pef gli assicurati sono la Banca Mondiale” scrive Sparano, “e due nazioni donatrici, Giappone e Germania, gli assicuratori sono degli investitori privati e l’evento è lo scoppio di un’epidemia. In altre parole, gli investitori privati, attraverso l’acquisto di obbligazioni, si impegnano a fornire aiuti economici ai Paesi colpiti da un’epidemia. In cambio ricevono ogni anno un premio, finanziato da Giappone, Germania e Banca Mondiale, per compensare il rischio sostenuto”.

La scadenza: luglio 2020

Secondo questo meccanismo, ora ci sarebbero fino fino a 425 milioni di dollari per coprire i rischi di epidemie come Ebola, Coronavirus e altre. Ma se entro luglio 2020 non saranno necessari interventi umanitari, i soldi torneranno agli investitori, più gli interessi. Lo sottolinea anche Domenico Villano, collaboratore della Fondazione Finanza Etica, sempre su Altreconomia. Proprio su questo nodo si concentrano le critiche più pesanti all’indirizzo del Pef. “Nel caso dell’Ebola, i criteri per liberare il pagamento richiedono che siano trascorse almeno 12 settimane dall’inizio dell’epidemia e che questa abbia causato almeno 250 morti.

Il problema è che i decessi devono essere distribuiti in più di un Paese e ciascuno deve registrarne almeno 20″.

Oltre 100 milioni non arrivati a destinazione

Ma nella Repubblica Democratica del Congo, sebbene i casi siano stati più del minimo necessario per far scattare l’emergenza, i fondi non son mai arrivati. Secondo il meccanismo del Pef, dovevano già essersi 45 milioni per 250 vittime, per poi salire fino a 150 milioni per 2.500 morti a causa del virus Ebola. Ma finora, denuncia Altreconomia, gli unici ad aver ricevuto denaro son gli investitori privati: 114 milioni di dollari in forma di premio.

Esistono delle cosiddette “obbligazioni pandemiche”, divise in due tipi. Il primo, legato alle patologie come l’influenza, prevede un 6,5% d’interesse sulla cifra donata da un investitore. Il secondo invece riguarda malattie più gravi come l’Ebola, con tassi di interesse che arrivano fino all’11%. E circa l’83% delle aziende che hanno investito sugli “Ebola bond” sono europee, denuncia Altreconomia. “Si tratta di fondi pensione, società di gestione risparmi e investitori specializzati nell’acquisto di obbligazioni di questo tipo, più comunemente conosciute come ‘obbligazioni catastrofe’”. Spiccano la società d’investimento scozzese Baillie Gifford e la francese Amundi, la più grande società di gestione del risparmio europea, controllata da Crédit Agricole.