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Fin dal suo esordio nella storia della medicina il vaccino ha conquistato l’approvazione della comunità scientifica e dell’opinione pubblica perché permetteva di fare qualcosa di semplice ma, allo stesso tempo, assoluto: agire prima del sopraggiungere della malattia, salvaguardando contemporaneamente l’individuo e la comunità in cui esso viveva. Non che questo sia avvenuto senza che nascessero dibattiti sulla questione, soprattutto in tempi recenti: è nota la lotta tra scienziati e sostenitori del movimento no-Vax, che vede nell’utilizzo dei vaccini un pericolo per la salute dell’uomo e una sorta di interesse opportunista da parte dell’industria farmaceutica.

È naturale, al di là di tutto, che anche nella grave situazione pandemica in cui ci troviamo l’opinione pubblica chieda a gran voce alla comunità scientifica mondiale quando sarà possibile avere un vaccino contro la covid-19.

Ora più che in altri momenti della storia della medicina, però, gli scienziati si ritrovano a dover rispondere a domande sulle quali essi stessi stanno ancora indagando. The Social Post ha chiesto a Carlo Federico Perno, professore di Microbiologia all’università di Milano e direttore del dipartimento di analisi e microbiologia dell’ospedale Niguarda, se e quanto il vaccino fosse l’unica speranza nella lotta alla Covid-19.

O se, invece, ci fossero alternative valide (o addirittura più importanti) alla ricerca sui vaccini.

La speranza di una lenta risoluzione

L’ospedale Niguarda, come tutti gli ospedali in Lombardia negli ultimi 2 mesi, è metaforicamente sotto attacco. Il tono del Professor Perno è comunque lungi dall’essere catastrofico: “Siamo in grande fatica, però teniamo botta”, spiegando che il sistema sanitario sta reggendo, seppur sotto costante sforzo, e che c’è spazio pure per la speranza: “Si comincia a intravedere un po’ di luce in fondo al tunnel, perché il numero dei guariti è molto alto ultimamente.

Quindi speriamo che questa esperienza drammatica che stiamo vivendo stia andando verso una lenta -molto lenta-risoluzione”.

Sulle tempistiche, il professor Perno è invece più cauto: “Io sono estremamente ottimista, ma sono cautamente ottimista sul fattore “tempo”: ne usciremo fuori in un tempo ragionevole, però non siamo in grado di quantificare questo tempo”.

Regola numero uno: conosci il tuo nemico

Alla base della lotta a questo virus c’è, naturalmente, lo studio del virus stesso. Si tratta di uno studio in diretta, sul campo, in cui si analizzano le evoluzioni che Sars-CoV-2 (il nome specifico del “nostro” coronavirus) può avere.

 

Che questo coronavirus possa andare verso un suo fisiologico indebolimento è una possibilità, ma non una certezza. Spiega il Professor Perno che nella storia si sono verificati casi di coronavirus che, nel tempo, sono diventati “quasi innocui”, ma è presto per dire se siamo così fortunati: “Noi abbiamo altri 4 coronavirus umani che sono agenti causali del comune raffreddore. Questo virus magari tra qualche tempo si trasformerà nel nuovo virus del raffreddore, ma non abbiamo nessuna evidenza del fatto che questo accadrà.

Assolutamente nessuna”.

Qualche risposta in più arriverà nelle prossime settimane: Siamo noi stessi curiosi di capire quali sono le capacità di mutare di questo virus perché questo influenzerà anche un eventuale vaccino”. Per ora si sta cercando ancora di capire le caratteristiche specifiche del virus: “Lo stiamo studiando. Gli studi attuali che si stanno facendo sul virus isolato in Lombardia stanno cercando di capire se sia lo stesso virus isolato in Cina, se sia lo stesso che ha infettato i primi pazienti o se abbia già avuto delle evoluzioni”.

Trovare un vaccino: una lotta lunga e complessa

La storia medica è purtroppo ricca di casi in cui le tempistiche più ottimistiche sono state disattese, e la storia dei vaccini né è l’esempio emblematico.

Si prenda il caso dell’HIV, virus scoperto nel 1983: all’epoca ci fu qualche luminare di altissimo profilo che parlò della solida possibilità di avere un vaccino nel giro di 2 anni. A distanza di 37 anni, quel vaccino non è ancora stato trovato.

Le fasi della sperimentazione

Anche in casi più fortunati, comunque, la ricerca di un vaccino comporta delle fasi e delle attese fisiologiche, che non sono modificabili più di tanto. La fase di identificazione e conoscenza del virus è solo la prima: nel momento in cui vengono scoperti i suoi “punti deboli” (ovvero le proteine verso le quali si dovrebbe rivolgere il vaccino) è necessaria una sperimentazione preclinica su animali e su colture cellulari.

Solo qualora questa sperimentazione fornisse risultati soddisfacenti, sia in merito all’efficacia che alla sicurezza del vaccino stesso, si passa alla sperimentazione sull’uomo, che avviene in 4 fasi, di cui 3 precedenti la commercializzazione. Ogni fase ha tempistiche proprie governate da un principio inscalfibile: “primo non nuocere”, ovvero evitare in ogni modo che la sperimentazione possa mettere a repentaglio coloro che vi vengono sottoposti, magari con la somministrazione di prodotti non del tutto sicuri.

Anche nella più rosea delle situazioni, dunque, passerà molto tempo prima di poter considerare il vaccino come soluzione alla pandemia che stiamo vivendo in questo momento. Che fare, dunque?

Vaccino: quanto e per cosa è importante

Il Professor Perno avanza una tesi ben precisa: “Io mi concentrerei su due elementi che sono entrambi essenziali e che forse in questo momento sono più cruciali del vaccino”. Il primo è costituito dal fatto che questo virus presenta le caratteristiche biologiche di un classico virus che agisce “a ondate”, come la Sars del 2003 e l’Ebola: virus che compaiono, distruggono, e poi spariscono da sé.

“La sensazione”, spiega Perno, “è che con grande, grande fatica la cosa da fare in questo momento sia cercare di far sì che il virus non infetti altre persone perché se noi lo eviteremo, il virus sparirà. Per aiutare a far questo la terapia farmacologica è fondamentale: una persona trattata con farmaci antivirali e guarita non permette più al virus di replicare e non infetta altre persone”.

L’altro elemento da considerare è che “c’è anche la possibilità che il vaccino arrivi quando il virus non c’è più.

Il senso di questo vaccino potrebbe essere quello di proteggerci da questo virus ma anche da quelli della stessa famiglia che potrebbero arrivare”.

Lo sguardo rivolto al futuro

Il vaccino ci aiuterà ora? Poco probabile. Potrebbe essere fondamentale in futuro? Molto probabile. “Una cosa è trovare un vaccino per questo virus in questo momento, utile ma meno della terapia farmacologica e del contenimento” ci dice Perno, “un’altra cosa è trovare un vaccino che possa curare anche altre tipologie di Coronavirus, per evitare che un domani un nuovo virus arrivi per fare le stragi che sta facendo in questo momento”.

Per ora, dunque, avrebbe più senso puntare sulle armi che, di fatto, già stiamo usando: contenimento e farmaci.

Il “nostro” coronavirus, d’altronde, sembra poter appartenere alla famiglia di virus che, una volta infettato un organismo, provoca anche la creazione di anticorpi protettivi. Un’altra tesi che non porta con sé certezze, comunque: Tutti quelli che sono guariti hanno in corpo gli anticorpi contro il virus: quello che non sappiamo è se questa risposta immunitaria è protettiva nel caso di un nuovo attacco. È più probabile, vedendo le caratteristiche del virus, che gli anticorpi che si creano siano protettivi, ma non è abbiamo nessuna certezza.

È un’ipotesi solida, però”.

“La scienza ragiona per evidenze”

Impossibile, dunque, fornire al momento tempistiche e dati certi: la conoscenza su Sars-CoV-2 si crea sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, mentre il virus evolve ad una velocità a noi ancora sconosciuta. Una cosa è però certa, e la sottolinea ancora una volta il professor Perno: “La scienza ragiona per evidenze, non per chiacchiere”. Per questo occorre diffidare di pronostici su tempistiche e risultati ottenibili sul breve termine, che non possono far altro che creare illusioni e speranze che facilmente saranno insoddisfatte.

L’importanza di un lavoro condiviso

Il virus è stato, di fatto, scoperto a dicembre: nella linea del tempo della ricerca scientifica, un arco di 3 mesi non è nulla.

La stessa organizzazione del lavoro richiede le sue fasi: “Per creare un network di lavoro ci vuole un po’ di tempo. All’inizio i laboratori in grado di farlo hanno cominciato a lavorare subito per cercare di trovare un vaccino, adesso ci sono delle cordate di lavoratori che lavorano in collaborazione per cercare di trovare un vaccino”.

La scienza moderna è fatta di questo: dati e conclusioni che viaggiano per il globo e vengono messi in condivisione tra gli scienziati di tutto il mondo.

Ciò che forse ora è chiaro più che mai è che “la scienza moderna ottiene dei risultati solo se si lavora in collaborazione: nessun laboratorio è in grado di ottenere dei risultati da solo”.

A ogni fase, le sue armi: quella che stiamo vivendo in questi giorni non è la fase in cui sperare nel vaccino come unica, o più valida, possibilità. Gli occhi vanno proiettati al futuro: “Fra qualche anno ci potrebbe essere un’altra ondata di coronavirus e, se ci fosse, a quel punto un vaccino che protegge dalla Sars, da Covid-19 e da quest’altro nuovo virus, allora la ricerca del vaccino diventa davvero importante“.

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