Malati di coronavirus

L’Italia intera si prepara a passare la Pasqua in casa, dopo l’annuncio di Giuseppe Conte dell’estensione delle misure straordinarie dovute all’emergenza Coronavirus. Nelle ultime settimane, però, si è iniziato a guardare al problema con occhi diversi: i numeri ufficiali dati nel bollettino serale non sembrano più completamente affidabili. A sottolinearlo è un’inchiesta dell’Eco di Bergamo, la città più colpita dal Covid-19.

I numeri reali delle vittime di Bergamo

L’inchiesta del giornale bergamasco è partita dal sospetto che no, questi numeri proprio non tornano. Al 31 marzo erano stata certificate 2.060 vittime da Covid-19, ma la realtà sarebbe un’altra.

Quello che i numeri ufficiali non dicono“, evidenzia l’Eco di Bergamo, che ha realizzato l’inchiesta insieme all’agenzia di ricerca e analisi InTwig.

Come riportato in un articolo disponibile anche in inglese (tanta è l’attenzione mediatica sulla città lombarda), “nel mese di marzo sono morte 5.400 persone in provincia di Bergamo, 4.500 delle quali a causa del Coronavirus“. Si tratterebbe quindi di circa 2.500 vittime in più di quanto ufficializzato.

Chi sono le vittime non ufficiali

Per realizzare la ricerca sono stati ricavati finora i dati di 91 dei 243 comuni di Bergamo.

Delle vittime accertate, si legge, “conosciamo tutto: età, sesso, malattie pregresse . Nulla sappiamo degli altri 2.500“. Questo perché: “Molti sono anziani, morti nel letto di casa propria o nelle residenze sanitarie assistite“. Persone che non sono state sottoposte a tampone e la cui causa di morte sarebbe “polmonite interstiziale.

Come sottolineato, i dati reali quindi sarebbero solo la “punta dell’icebergdi cui parlava il sindaco Giorgio Gori. La ricerca ha poi sottolineato che rispetto le vittime di marzo 2020 sono state 6 volte tanto quelle dell’anno scorso: 5.400 contro 900.

Guardando ai contagi, riporta l’Eco, sarebbero 288.000, il 25.9% della popolazione bergamasca, con picchi del 45.7% in Val Brembana.

La testimonianza dalla Terapia Intensiva di Bergamo

Quello che i numeri non dicono, ci pensano i medici che stanno dando tutto a farlo. Il Corriere della Sera ha riportato le parole di Paolo Gritti, che lavora in Terapia Intensiva al Paolo Giovanni XXIII di Bergamo. La sua è una testimonianza drammatica: “Con i pazienti, qui, non hai alcun rapporto. Il rapporto ce l’hai con i loro polmoni“.

Il periodo in ospedale, per tutti, dà poche e fugaci gioie: “Quando piano piano li risvegli, hai qualche piccola soddisfazione, che però dura pochissimo perché devi subito dimetterli per fare spazio” si legge sul Corriere.

La prima vittima da Covid-19

Nel racconto fornito sul quotidiano, che sottolinea le condizioni drammatiche degli ospedali italiani, si avverte la difficoltà. Ora è conclamata, ma all’inizio era diverso, più umano si potrebbe dire. “Il mio primo paziente Covid è stato un nonnino di 77 anni, arrivato con un libro di Isabel Allende” ha dichiarato Gritti. “Era una novità. Era gentile, le infermiere si erano affezionate.

È peggiorato in 24 ore, lo abbiamo intubato, ma dopo due giorni è morto“. La testimonianza si chiude in modo ancora più drammatico: “Sono rimasti il libro e un figlio che non ha più rivisto. E così ci siamo resi conto di che cosa ci aspettava“.

Ricoverati anche molti giovani

L’intervista poi si concentra su un aspetto che rende ancora più fondamentale riuscire a sconfiggere il virus, perchè non colpisce solo gli anziani: “Non eravamo pronti ai giovani“. In ospedale ora si usa una tecnica, l’Ecmo, per far riposare i polmoni: il Corriere specifica che ora viene usata anche su 2 pazienti di 37 e 42 anni,entrambi in una situazione molto critica.

Sono eccezioni, ma neanche più di tanto“.

Lo sconforto del medico di Bergamo è evidente anche quando racconta cosa gli pesi di più in questo momento: “Che i malati non abbiano accanto le persone care ed essere arrivati al punto di trasferirne alcuni“. E questo vale per i 2.060 ufficiali, ma oltre a loro ce ne sarebbero altri 2.500.

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