Francesca, medico rianimatore di Brescia

L’Italia e il mondo intero stanno vivendo un periodo unico, drammatico e già destinato a entrare nei libri di storia. La pandemia da coronavirus sta facendo emergere situazioni, disagi e storie che sono proprie di ognuno di noi, che in qualche modo diventeranno parte della memoria storica di questo travagliato periodo. The Social Post ha intervistato Paolo Fossati: docente all’Università Cattolica di Brescia e all’Accademia Santa Giulia, giornalista e animatore culturale. Paolo è anche il marito di Francesca, medico in prima linea contro l’emergenza sanitaria.

Le storie di Paolo e Francesca

Paolo e Francesca: può far sorridere la coincidenza dell’omonimia con la celebre coppia raccontata anche da Dante.

La loro, tuttavia, è la storia di una famiglia di Brescia, la seconda città più colpita in Italia dall’emergenza coronavirus. Non è un girone dantesco, ma le difficoltà di questo turbolento e unico periodo storico si avvertono. Specie se vissuto tramite il filtro di chi lavora così vicino all’emergenza: un medico, ma anche una moglie e madre.

Per raccontare questo punto di vista, abbiamo intervistato suo marito, Paolo Fossati: “Francesca è rianimatrice e da 15 anni lavora negli Spedali Civili di Brescia; lavora anche sull’automedica, che arriva quando l’ambulanza dei volontari non basta e serve un medico”.

Francesca esce di casa per il turno in automedica
Francesca esce di casa per il turno in automedica – Foto di Paolo Fossati

Cosa significa vivere la pandemia in prima linea

Come vivevate il Coronavirus prima diventasse una vera emergenza?

A gennaio vedevamo le news dalla Cina: abbiamo tutti visto Wuhan chiusa, non ci siamo illusi ma ci siamo sentiti sicuri. Il dubbio c’era ma non volevamo farlo diventare qualcosa di più grande. Brescia ha molti rapporti con la Cina dal punto di vista industriale.

Ci chiedevamo: “Ma come fai a contrastare una pandemia in un mondo così collegato?”. Quando hanno chiuso le scuole abbiamo pensato che fosse una scelta forte e chiara, che il termometro della precauzione si stava alzando. Per parecchio tempo però è andata avanti una condotta molto strana e particolare, schizofrenica.

L’ospedale dove lavora Francesca come si è preparato all’emergenza?

Nella prima settimana hanno montato i tendoni del triage fuori dal Civile di Brescia. Chiunque si presentava con sintomi influenzali doveva essere controllato nel “check point sanitario”.

È stato un segnale forte. Da una parte l’attenzione si è alzata, dall’altra parte ha provocato dei segnali di resistenza. Quando ancora si poteva uscivamo al parco, dove pensavamo avremmo incontrato poca gente e si potesse stare distanti. Però c’era chi si avvicinava, mi dava il cellulare in mano e mi chiedeva di fare un video in cui correva con l’amica dicendo “Brescia non si ferma”.

Stare a millimetri di distanza dal virus

C’è stato un momento preciso in cui avete realizzato la gravità della situazione?

In famiglia il momento preciso potrebbe essere stato il pensiero che sì, la mamma fa un lavoro vicino alla sofferenza, però adesso deve mettersi una tuta anti-contagio.

Pensare che la persona più importante del nostro nucleo familiare dovesse mettersi una tuta e stare a millimetri di distanza dal virus, ci ha fatto capire che tipo di emergenza stiamo vivendo.

Per lei in ospedale è stato evidente per la gestione della logistica e per l’aumentare dei numeri dei posti: non si tratta di stringersi, c’è bisogno di ventilatori e macchinari di un certo tipo. Dal punto di vista umano è stato il reiterarsi di pazienti dello stesso tipo, in un reparto dove non si sta 2 giorni, ma anche 2 settimane.

La figlia di Francesca gioca
La figlia di Francesca gioca “all’ospedale” – Foto di Paolo Fossati

Per raccontare la storia di sua moglie e allo stesso tempo di un medico, di un ospedale, di una società che fa i conti con un nemico ancora in parte sconosciuto, Paolo sta scrivendo un blog dal titolo My Lovely Superhero. Il racconto di quello che sta vivendo, ma con una specifica che Paolo tiene a sottolineare: “Francesca nel blog non ha cognome: è una persona reale, però è anche un personaggio della narrazione che ho creato. Ci tengo molto che ci sia un’immedesimazione collettiva e rappresenti tutti i sanitari“.

Uno dei post più popolari riguarda il tampone fatto a Francesca.

Ad un certo punto è arrivata a casa e gliel’avevano fatto. Al tempo (ma anche ora) non c’era qualcosa di assolutamente chiaro, non veniva fatto a tappeto. Adesso in ospedale provano la febbre all’ingresso anche ai dipendenti. Al Civile ci sono più di 300 sanitari contagiati, bastano questi dati. Ho voluto scrivere questo episodio sul blog: é assolutamente personale, però è stato quello che ha reso chiara la situazione familiare, il nostro vissuto. Già c’era il discorso dei millimetri di distanza, poi la presa di coscienza del fatto che era la più vicina a tutto ciò.

Il nostro dubbio all’inizio non era essere contagiati perché uscivamo a mangiare una pizza (cosa che non facevamo, essendoci auto-isolati dal 23 febbraio, per cautelare gli altri visto il lavoro di Francesca), ma perché uno di noi andava dentro e fuori dall’ospedale tutti i giorni.

Quando il coronavirus colpisce chi è vicino

Nel tuo blog racconti anche della scomparsa di alcune persone a voi vicine. La percezione del coronavirus cambia una volta che arriva a colpire così vicino?

Sì, arrivi ad un altro livello. Non di consapevolezza, quella ce l’avevamo anche dai racconti di Francesca.

Cambia qualcosa perché ti senti più ferito, oltre che allarmato. A noi è capitato di sponda: abbiamo visto i miei genitori soffrire per amici di famiglia, un’amica per la mamma. Quando cominci a focalizzare la cosa pensi: è proprio lei che non può fare il funerale a sua mamma. Diventa ancora più pressante.

La vita di chi ora ha un medico in famiglia

Come è cambiata la tua vita e quella della tua famiglia?

Come tutti ci stiamo assestando. Modalità di lavoro, di vita quotidiana, poi il lavoro è quello lì… Le bimbe vedono meno la mamma, è un lavoro impegnativo.

A noi pesa di meno stare lontani, rispetto ad amici che ho che si sono dovuti separare perché uno per lavoro è rimasto in una città diversa; un altro ha dei sintomi e quindi si è allontanato dalla famiglia.

Qual è la giornata tipo di Francesca?

Fa più turni. La giornata tipo è 8-20 o 20-8. Queste sono le ore timbrate, quelle effettive sono circa 14 contando andare in ospedale, cambiarsi etc. Esce alle 7 e torna alle 9. La cosa bella è che nessuno in ospedale si sta lamentando di questo: sono coesi, c’è un regime di squadra che deve far fronte a un momento particolare.

Non c’è una regola precisa per i giorni liberi, di solito hai i turni del mese, adesso l’organizzazione è settimanale. Poi ci sono le eccezioni: se si ammala uno, bisogna coprire il turno.

Avete paura per lei?

Siamo in pensiero. A seconda dell’età poi sfuma: anche il modo in cui racconto sul blog è un riflesso della situazione che cerchiamo di vivere a casa. Serenità e allegria. Il carattere di Francesca è molto bello: quando c’è fa la pasta fatta in casa, fa ginnastica coi bimbi, non ci sono musi lunghi.

I vostri figli come stanno reagendo?

La più piccola ha 4 anni, non si è resa conta di cos’è, il motivo chiaro. Vede la fotografia del virus e ormai la riconosce. Però a quell’età non riesce ad avere una cognizione chiara per legarla al motivo per cui non sta più andando all’asilo. Mancano gli amici magari: i più grandi la videochiamata la possono fare, per i più piccoli gli amici sono spariti da un momento all’altro.

Il raggio di luce che ridà speranza e serenità

Hai raccontato anche un aneddoto di Francesca, un “raggio di luce”.

È stato importantissimo e fortissimo perché arrivava dall’ospedale.

È stato bello vederla tornare dal lavoro con una buona notizia, non ce n’erano tante prima. Aveva estubato un paziente e l’aveva visto salutare i parenti col tablet. Quando sono intubati non posso farlo perché sono tenuti sedati. Per loro è comunque una vittoria, un bellissimo momento vedere qualcuno che prima era incosciente e poi c’è la possibilità di svegliarlo e farlo chiamare a casa. È un’iniezione di serenità.

Piazza Loggia a Brescia
Piazza Loggia a Brescia – Crediti: Ettore Pilati

Il blog come messaggio di vicinanza

Da dove è nata l’idea di fare il blog?

È nato in maniera spontanea, alcuni post sui social che avevano un intento informativo ed una certa empatia sono diventati un appuntamento.

È iniziato quando hanno chiuso le scuole a Brescia, il 23 febbraio. Ci ha fatto pensare che la cosa fosse abbastanza seria. Il blog è nato per stare vicino a Francesca in un modo originale e diverso. In qualche modo le parlo, scrivendo di lei e di noi. Volevo anche rappresentare e omaggiare quelli come lei in prima linea durante questa emergenza.

Che messaggio vuoi mandare con questo blog?

Un messaggio di vicinanza ai sanitari da parte di chi non fa il loro lavoro e vuole dimostrare di averli nel cuore.

L’etichetta di eroi secondo me ci sta, intesa come ringraziamento per lo sforzo eroico, per la resistenza fisica e morale. Il messaggio è anche a tutti: cerchiamo di mantenere una serenità, quella possibile in questo momento. Ci si può sentire anche soli. Il blog è anche un diario. In futuro magari lo riprenderemo, in famiglia, per ricordare tutte quelle piccole cose della vita quotidiana, la voglia di un abbraccio che non puoi dare. Speriamo ci rimanga in mente.

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Immagine in evidenza: Francesca e una delle figlie / Crediti: Paolo Fossati (dimensioni modificate)