Donna protesta in Sudan

Nella storia delle lotte per i diritti umani, questi primi giorni di maggio potrebbero essere un momento di svolta. In Sudan la mutilazione genitale femminile diventa un crimine punibile con tre anni di reclusione: così recita il testo di legge approvato dal governo di Khartoum. Una vittoria storica in uno stato in cui la mutilazione genitale fa parte della realtà di troppe donne. Gli attivisti lanciano tuttavia un avvertimento: non basta una legge formale per cambiare una cultura radicata nelle diseguaglianze di genere.

La legge contro la mutilazione genitale femminile

Tre anni di prigione e una multa: questa la pena che dovrà scontare chi, trasgredendo alla legge, compirà un atto di mutilazione genitale.

La legge viene approvata un anno dopo la cacciata dell’ex presidente Omar al Bashir, sfociata in una lunga rivolta popolare che il regime militare ha tentato inutilmente di reprimere. Secondo l’analista della BBC Mohanad Hashim, sotto la guida di al-Bashir il Sudan ignorò ripetutamente le raccomandazioni internazionali a rendere illegale la violenta pratica.

La mutilazione genitale, una pratica diffusa

In base ai report delle Nazioni Unite, l’87% delle donne sudanesi tra i 15 e i 49 anni ha subìto una qualche forma di mutilazione genitale.

Una cifra da capogiro, che ci fa percepire in che misura questa pratica sia accettata all’interno della società. L’organizzazione 28 Too many denuncia che più di tre quarti delle mutilazioni viene effettuata da infermiere e operatori sanitari all’interno degli ospedali. L’atto diventa così una forma di violenza istituzionalizzata.

I rischi fisici e psicologici

“Questa pratica non è solo una violazione di ogni diritto, è dolorosa e ha pesanti conseguenze sulla salute psicologica e fisica di una ragazza”, dichiara la Rappresentante UNICEF del Sudan.

Nonostante ciò, la mutilazione genitale femminile è ancora un taboo in questo stato. “Sebbene io sappia quanto sia diffusa questa pratica”, scrive per la BBC Insaf Abbas, che vive nella capitale Karthoum, “non ne ho mai parlato con le mie parenti donne, e non so chi di loro l’abbia subìta”.

Ora bisogna far rispettare la legge

Le dimensioni del fenomeno rendono necessaria un’azione immediata che, innescata dal governo, deve ora  propagarsi a tutti i livelli della comunità. “C’è molto lavoro da fare”, dichiara l’UNICEF, che riconosce la legge come un buon punto di partenza.

Bisogna sensibilizzare i vari gruppi, le ostetriche, il personale sanitario, i genitori, i giovani e promuovere l’accettazione della legge”. Secondo Faiza Mohamed di Equality Now la legge è  “un deterrente cruciale, ma farla rispettare non sarà facile presso una comunità che considera le mutilazioni femminili una tradizione”.

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