terapia plasma iperimmune

Il Policlinico San Matteo di Pavia è stato uno dei due ospedali in cui è stato sperimentato inizialmente l’uso di plasma di pazienti. Il direttore di malattie Infettive dell’ospedale, Raffaele Bruno, a settimane dalle prime sperimentazioni ha fatto un appello ai guariti, sperando che si possa ottenere abbastanza plasma da assicurare il numero di guarigioni più alto possibile.

Gli anticorpi non durano in eterno

Raffaele Bruno è intervenuto a Mattino Cinque, programma condotto da Federica Panicucci, spiegando come sia ancora necessario essere cauti negli entusiasmi: “È uno studio pilota che testa un’idea.

L’annuncio che abbiamo fatto voleva sensibilizzare le persone a donare perché una volta prodotti gli anticorpi neutralizzanti, questi calano in poco tempo. Quindi se si fa il prelievo ad una persona guarita da tre mesi, non serve più”. Inoltre, il dottor Bruno ha criticato la velocità con cui alcuni colleghi hanno divulgato i dettagli dei test: Sono contento se evitate di raccontare nei dettagli lo studio. Prima pubblichiamo, non è detto che ci accettino”.

Raccogliere plasma serve sempre

Raccogliere plasma non si rivelerebbe inutile, anche nel caso non fosse più necessario usarlo sui pazienti Covid-19: “Diventa fondamentale avere questo plasma in caso di necessità e anche se non avessimo aver bisogno del plasma iperimmune potremo sempre utilizzarlo come normalmente si fa per le trasfusioni”.

Come funziona la terapia iperimmune

Il Ministero della Salute spiega in maniera approfondita come funziona la cosiddetta terapia iperimmune. Ciò che accade in un malato di Covid-19 è che si creano degli anticorpi alla malattia, che rimangono anche dopo la guarigione. 

Gli anticorpi vengono prodotti dai linfociti B dell’organismo, e sono di fatto delle proteine.

L’intento è quindi quello di trasmettere tali anticorpi, contenuti nel plasma, nell’organismo di coloro che hanno contratto la malattia, di modo che questi combattano contro il virus.

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