Carabinieri Piacenza, l’appuntato Montella si vantava di comandare in caserma: “Tutti sotto di me”

Anche l’appuntato Giuseppe “Peppe” Montella, presunto leader della banda criminale in divisa che ha portato al sequestro della caserma Levante dei Carabinieri di Piacenza, ha concluso il primo interrogatorio. Il suo legale, l’avvocato Emanuele Solari, ha parlato di “errori commessi per ingenuità, per vanità”. I risultati delle indagini però dipingono un quadro più sconcertante.

Lo scorso gennaio, uno dei pusher del giro di Montella e colleghi, ha descritto le manie di grandezza dell’appuntato: “Principalmente parlavo con Montella, il quale mi diceva che comunque tutti gli altri carabinieri della stazione erano ‘sotto la sua cappella’, compreso il comandante”.

Secondo la sua testimonianza, i presunti arresti con pestaggi destinati poi allo spaccio sarebbero iniziati alla fine del 2016.  

La testimonianza dell’informatore

Dalle indagini degli inquirenti di Piacenza, in merito all’inchiesta “Odyssesus” che ha travolto la caserma dei Carabinieri Levante, emergono ogni giorno nuovi dettagli. Così si scopre che un pusher marocchino è stato interrogato già a gennaio. Il suo compito, per Montella e colleghi, sarebbe stato anche quello di informatore. Il pusher e l’appuntato si sarebbero conosciuti diversi anni fa, quando faceva il preparatore atletico di una squadra di calcio.

Principalmente parlavo con Montella”, ha dichiarato il marocchino, “il quale mi diceva che comunque tutti gli altri carabinieri della stazione erano ‘sotto la sua cappella’, compreso il comandante Orlando. Alcune volte ho parlato anche con Falanga“. Montella, nonostante avesse un grado inferiore, pare che fosse il capo del giro di spaccio e violenza nella caserma piacentina. Ora saranno gli inquirenti a stabilire con precisione le responsabilità di Montella e dei suoi colleghi di fronte alle pesantissime accuse che li hanno travolti.

Quando Montella ha scoperto le microspie “era bianco pallido”

C’è la volontà di spiegare e ci saranno ulteriori riscontri.

È stato collaborativo al cento per cento nel rispetto della giustizia“, ha dichiarato l’avvocato di Montella, sottolineando la completa collaborazione del suo assistito. Ogni nuovo dettaglio dell’inchiesta costituisce un tassello del puzzle, che pian piano prende una forma sempre più inquietante.

Ora è venuta fuori anche la reazione di Montella quando ha scoperto che la Guardia di Finanza gli stava alle costole. Matteo Giardino, uno dei fratelli spacciatori complici di Montella, raccontò alla sua fidanzata di quanto il carabiniere trovò la prima microspia nella sua auto: “Era bianco pallido, non respirava più”.

Proprio Giardino, di mestiere ufficiale carrozziere, trovò la microspia e avvisò Montella. La tensione salì e Montella scoprì così che tutte le sue auto e quelle dei suoi amici erano piene di microspie.

La priorità durante il lockdown: trovare la droga

A destare ulteriore sgomento, secondo quanto emerso dalle carte in mano ai pm, “tutta la preoccupazione di Montella non era l’essere potenzialmente sottoposto ad indagini ma il blocco dell’approvvigionamento di sostanza stupefacente da Giardino e, di conseguenza, i mancati introiti“.

Durante l’emergenza coronavirus e il lockdown, con la Guardia di Finanza sulle sue tracce, l’appuntato Montella pare si preoccupasse principalmente di come recuperare la droga e non interrompere lo spaccio. “Bisogna trovare un altro sistema, con il Covid non ti puoi muovere. La pagheremo di più. Serve un altro che viene da Milano e ce la porta fino a qua, capito?” Man mano che l’inchiesta prosegue, la posizione di Giuseppe Montella si fa sempre più complicata.

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