Giuseppe Conte

Pandemia, lockdown, tampone: sono alcune delle parole chiave di un’emergenza, quella legata alla diffusione del Coronavirus, con cui milioni di persone hanno familiarizzato, giocoforza, in questi lunghi mesi di passione sul fronte sanitario internazionale. Ce n’è un’altra, “stato di emergenza”, che si è inserita nella gestione della crisi da Covid-19 e comporta una condizione particolare per il Paese.

Cos’è lo stato di emergenza

Lo stato di emergenza nazionale è un provvedimento dichiarato su proposta del presidente del Consiglio ed è previsto con delibera del Cdm in presenza di eventi calamitosi di tipo C (legge n.

225 del 1992 sulla Protezione civile).

Può essere varato anche in formula preventiva, in costanza o nell’imminenza di calamità naturali o eventi connessi ad attività umane. Può essere dichiarato anche in caso di “gravi eventi all’estero nei quali la Protezione civile italiana partecipa direttamente“.

Questo stato attribuisce a governo e Protezione civile dei poteri “straordinari” o “speciali”, che aprono all’attuazione di interventi in deroga alle vigenti disposizioni attraverso strumenti come i Dpcm, i Decreti del presidente del Consiglio dei ministri di carattere urgente contro un’emergenza.

Cosa comporta lo stato di emergenza

Lo stato di emergenza, inoltre, concede ulteriori poteri in capo al Ministero della Salute (che può emanare apposite ordinanze).

Consente anche, ai dipendenti pubblici e privati, di ricorrere allo smart working (uno strumento usato da molte aziende durante la fase più acuta dell’emergenza Coronavirus).

Le Regioni possono firmare ordinanze ma consegnando le linee guida al Governo. Durante questa fase si possono attivare anche restrizioni sugli spostamenti (come quelli in ingresso nel Paese da parte di cittadini di altri Stati). La durata dello stato di emergenza su scala nazionale non può superare i 12 mesi, prorogabile di ulteriori 12 mesi in caso di necessità.

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