Gaia e Camilla investite a Roma in corso Francia

Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli sarebbero morte comunque, spiega l’avvocato Gianluca Tagnozzi, che difende Pietro Genovese. Nell’incidente fatale di Corso Francia, a Roma, del 22 dicembre scorso, il figlio del regista, accusato di omicidio colposo, l’impatto “è stato imprevedibile ed inevitabile”. Anche se non avesse bevuto e avesse viaggiato entro i limiti di velocità, non avrebbe potuto evitare le ragazze. Il prossimo 30 ottobre è attesa la sentenza. Il pm chiede 5 anni, ma la pena potrebbe ridursi sensibilmente se venisse riconosciuto il concorso di colpa.

La difesa di Pietro Genovese

Il 22 dicembre 2019, l’auto su cui viaggiava Pietro Genovese, figlio 21enne del regista Paolo (Immaturi, Perfetti sconosciuti), travolse le due 16enni Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli a Roma.

L’incidente di Corso Francia occupò da subito e per settimane le pagine di tutti i giornali, nel tentativo di chiarire la dinamica e le responsabilità della tragedia. Durante il processo, l’arringa della difesa non ha contestato gli errori del ragazzo (dalla velocità oltre il limite al tasso alcolemico) ma sostiene comunque che l’impatto sarebbe stato in ogni caso “imprevedibile ed inevitabile”.

Le giovani vittime, ricorda il Corriere della Sera, attraversarono la strada a 3 corsie, sotto la pioggia, di sera, col semaforo rosso e lontano dalle strisce. Anche se Genovese non avesse bevuto e avesse rispettato il limite di 50 km/h (viaggiava sui 90), la difesa sostiene che l’incidente tragico di Corso Francia sarebbe ugualmente avvenuto.

Genovese non era al telefono al momento dell’impatto

Il ragazzo, secondo quanto affermato dal legale Gianluca Tagnozzi, non avrebbe potuto vedere Gaia e Camilla. Prima dell’impatto queste erano nascoste da un’altra vettura, partita al semaforo insieme al suv di Genovese.

L’auto bianca, alla destra del suv, va più veloce e supera Genovese di qualche metro, quando frena improvvisamente ed evita le ragazze. Ma quella frazione di secondo successiva non è sufficiente a Genovese per fare lo stesso, tant’è che dalla perizia non sono emersi segni di frenata. Allo stesso modo, le ragazze non avrebbero visto arrivare Genovese, ugualmente nascosto dall’auto bianca. Infine, secondo la difesa, anche l’elemento del cellulare gioca a favore del 21enne. Essendoci tra l’ultimo accesso e il momento dell’impatto 15 secondi di tempo, ciò dimostrerebbe che Genovese ha usato lo smartphone fermo al semaforo, non dopo.

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