video smartphone

Una giovane donna, maestra d’asilo, invia un video hard all’uomo che frequenta, nonché delle foto intime: la relazione tra i due termina e lui decide di condividere le foto con gli amici del calcetto. Lei, che aveva mandato foto e video a mero scopo privato, viene messa alla gogna: non solo la sua intimità viene violata da colui di cui si fidava, ma il video viene visto dalla moglie di uno degli amici, che lo mostra alla direttrice dell’asilo in cui la donna lavora.

Risultato? La donna, già umiliata pubblicamente, viene licenziata e la stessa direttrice vìola la sua privacy raccontando pubblicamente cos’è accaduto.

Solo la forza d’animo della giovane vittima permetterà che le azioni atroci degli altri vengano a galla grazie a una denuncia che porterà 5 persone in Tribunale con l’accusa di diffamazione.

Quello avvenuto in provincia di Torino non è solo un grave caso di revenge porn: è anche lo specchio di una realtà che tende, ancora e sempre, a colpevolizzare una donna anche quando il suo lato più privato viene messo in piazza senza scrupoli.

I fatti: il video mandato in privato diventa pubblico

Quando la ragazza, due anni fa, ha mandato i video hard e le foto al compagno, i due si frequentavano da poco: la loro è stata una relazione di qualche settimana, al termine della quale l’uomo ha pensato fosse legittimo prendere il materiale, inviato a lui affinché rimanesse privato, e condividerlo nella chat con gli amici del calcetto.

Battute, derisioni, ammiccamenti. Un corollario di commenti goliardici e grotteschi, purtroppo ancora considerati normali da molte, troppe persone.

La gogna, purtroppo, non finisce qui: se l’uomo non aveva mostrato alcuna remora a diffondere immagini tanto sensibili ed intime, non ne hanno altrettanta i suoi amici, e uno di loro mostra il video alla moglie.

La donna riconosce la ragazza nelle immagini: è una delle maestre che lavorano nell’asilo di suo figlio. Per lei, a quanto pare, l’idea che una maestra d’asilo abbia una vita sessuale privata, è inammissibile e pubblica il video nella chat con le altre mamme. Non solo: chiede d’incontrare la ragazza e le dice di non continuare a fare video del genere, o dovrà ritirare sua figlia dall’asilo.

Poi, passa alle minacce: se la ragazza denuncerà, allora i video finiranno alla Direttrice dell’asilo.

La denuncia, poi il licenziamento (con pubblica gogna)

Fortunatamente, la giovane vittima non si fa intimorire: vuole andare fino in fondo ed avere giustizia su chi ha violato la sua privacy, ed anche su chi la sta minacciando per il semplice fatto di avere una vita privata. La ragazza quindi denuncia i fatti ed a quel punto il video finisce -come “promesso”- tra le mani della direttrice d’asilo. È un altro schiaffo in faccia per la vittima: la direttrice non solo la licenzia, ma rende anche pubblico il motivo del licenziamento, allo scopo di creare “un marchio” che le rovini la reputazione e non le permetta di trovarsi un altro lavoro.

La ragazza, secondo la grottesca mentalità dei protagonisti di questa vicenda, è tutto tranne che vittima: è colpevole e soprattutto meritevole di derisione pubblica, di insulti, di violenza verbale. Non c’è rispetto per la persona, non c’è solidarietà femminile, non c’è consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.

Il precedente: il caso Cantone

Torna ovviamente alla memoria la tragica fine di Tiziana Cantone, che davanti ad una gogna simile non trovo le forze e si suicidò: anche in quel caso c’era un video hard che doveva rimanere privato, c’era un uomo senza scrupoli e senza giudizio, e c’era una rete di persone -che si è allargata sempre di più nel tempo- che ha crocifisso una ragazza sconosciuta per un video che doveva rimanere confidenziale.

Questa volta, fortunatamente, è andata in modo diverso: la denuncia della donna ha portato a 5 persone accusate di diffamazione tra cui l’ex fidanzato, la direttrice della scuola, l’amico dell’uomo e sua moglie.

L’ex farà la “messa alla prova”

L’inchiesta del Pm Ruggero Crupi, a cui è stato affidato il caso, è sfociata in un processo.

L’ex fidanzato si è dichiarato pentito ed ha chiesto la “messa alla prova”, ovvero la possibilità di evitare il processo sostituendolo con servizi sociali. Il giudice, Modestino Villani, ha accettato la sua richiesta, ma garantendo comunque un obbligo severo: l’uomo dovrà fare 8 ore alla settimana di servizi sociali per un anno, senza poter fare pause festive di alcun tipo. Una pena rigorosa, ma comunque non così atroce se si pensa che l’uomo ha contribuito a rovinare la reputazione di una persona che, per molto tempo, ancora dovrà lottare per ritrovare un equilibrio sociale e nel frattempo ha anche perso il lavoro.

Nel processo parallelo che vede accusati gli altri, la vittima ha chiesto un risarcimento da centinaia di migliaia di euro: se non li otterrà si costituirà parte civile nel processo.

L’amico dell’ex: “Non abbiamo fatto niente di male”

La storia, benché veda giuridicamente sotto processo i responsabili di un tale comportamento, non manca di un finale tremendamente amaro. Se infatti un processo potrà dare -si spera- giustizia alla ragazza, la mentalità ottusa che ha provocato tutto questo sembra non essere sparita, persino nelle menti di chi è al banco degli imputati e continua a credere di essere nel giusto.

Emblematico esempio ne è l’intervista de La Stampa all’amico dell’uomo, che continua a giudicare la ragazza come responsabile di ciò che è accaduto: “Non posso tollerare che chi si occupa dei miei figli faccia determinate cose. Con il mio amico si frequentavano solo da poche settimane. Se mandi filmati osé devi mettere in conto il rischio che qualcuno li divulghi”.

Se un processo potrà portare una giusta condanna a un comportamento atroce, pare che ci vorrà ben di più ad estirpare una mentalità violenta di chi si crede vittima anche quando ferisce e svilisce il prossimo in modo irreparabile: Io e mia moglie non abbiamo fatto niente di male.

Cosa le devo dire, una maestra non si comporta così”.

Approfondisci:

I colleghi diffondono un suo video hard, 30enne si suicida

Telegram, scoperto network di revenge porn e atti di stupro virtuale: migliaia di vittime

Suicidio Tiziana Cantone: riaperto il caso