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Per la prima volta nella storia dell’umanità, stiamo assistendo ad un fenomeno di ricerca scientifica di proporzioni planetarie. Tutte le principali case farmaceutiche, le più note università ed i gruppi di ricerca si stanno concentrando sulla formulazione e la produzione di un vaccino: quello contro il virus Sars-Cov-2.

La pandemia di Covid-19 ha avuto da subito conseguenze catastrofiche, inducendo i governi di tutto il mondo a concentrare gli sforzi per collaborare con la comunità scientifica e trovare una soluzione. Il risultato di questi sforzi è stata la creazione e lo sviluppo, nell’arco di pochi mesi, di diversi prototipi di vaccino: sperabilmente, diversi di loro diventeranno a breve una validissima arma contro il Covid-19.

Vaccini: come sono stati creati in così poco tempo?

La creazione di un vaccino, prima del 2020, ha sempre necessitato di procedure di ricerca, sperimentazione ed approvazione che duravano anni. La necessità di trovare soluzioni immediate ha dunque portato in un primo tempo a viaggiare su più binari e non considerare il vaccino come unica soluzione possibile alla pandemia. Fin dall’inizio si è dunque combattuto su 3 fonti: sviluppare un programma di tracciamento dei contagi, elaborare terapie farmacologiche efficaci e, ovviamente, studiare un vaccino.

Il processo di ricerca: il ruolo della collaborazione globale

Fin da subito i gruppi di ricerca di ogni parte del mondo (Cina in primis) hanno studiato il virus per isolarlo e capirne le caratteristiche.  Il processo di ricerca è stato aiutato da un’intensa collaborazione delle comunità scientifiche a livello internazionale: la globalizzazione scientifica è stata uno dei punti forti, visto che molti team hanno messo a disposizione i dati che emergevano quando venivano validati, di modo che diversi gruppi potessero lavorarci contemporaneamente.

Nonostante fin da subito la maggior parte delle energie si siano spese per studiare il virus ed elaborare una strategia di combattimento allo stesso, rimane per molti un quesito: come è stato possibile creare e sperimentare un vaccino in così pochi mesi, mentre prima ci volevano anni? 

Lo scorso settembre, sul New England Journal of Medicine, è stato pubblicato uno studio che spiega come l’intero processo di ricerca e produzione del vaccino sia stato velocizzato senza compromettere il processo di sperimentazione e lo studio di eventuali effetti collaterali.

Se in un iter di studio tradizionale del vaccino si considerano durate delle fase di studio del virus più lunghe, il fatto che l’intero pianeta stesse concentrando i propri sforzi nella ricerca ha fatto sì che i prototipi più validi fossero trovati prima. Inoltre, le 3 fasi di sperimentazione (e le 3 sotto-fasi di sperimentazione della fase 3) sono state condotte mentre le case farmaceutiche, contemporaneamente, già lavoravano sulle tecniche di produzione del vaccino, e sulle sue modalità di distribuzione. Inoltre, i processi burocratici di autorizzazione delle varie fasi sono stati enormemente sveltiti.

Quali sono i vaccini su cui si sta puntando

L’enorme lavoro di studio e sperimentazione ha permesso che, alla vigilia della seconda ondata, ci fosse già più di un vaccino di cui era già stata dimostrata l’efficacia in fase 3. Il più noto ai media in questo periodo è il vaccino BNT162 di Pfizer-Biontech, che avrebbe un efficacia pari al 95%.

Si tratta di un vaccino di nuovissima generazione, basato sul metodo dell’m-RNA (RNA messaggero) che si fonda sul concetto che l’antigene, in questo caso la proteina spicale (Spike-protein, responsabile della diffusione del virus all’interno dell’organismo) venga introdotta nel soggetto tramite il vaccino e provochi lo sviluppo di anticorpi.

Si tratta di un vaccino facile e veloce da produrre, ma ha un difetto: richiede una temperatura di conservazione a -80 gradi, il che porta i vari Stati a dover trovare una soluzione con speciali dispositivi tecnologici che garantiscano la possibilità di conservazione del vaccino.

Un altro vaccino si basa sulla stessa tecnica: è il mRNA-1273 prodotto da Moderna ed il National Institute of Allergy and Infectous Diseases di Moderna. Risultato efficace al 94,5%, ha coinvolto in fase 3 ben 30mila partecipati e 100 centri di ricerca clinica. È risultato particolarmente valido sulle fasce d’età sotto i 55 anni, ma ha dato risultati positivi anche in diversi soggetti sopra i 71 anni.

I vaccini a vettore: Astrazeneca e lo Sputnik V

Il vaccino AZD1222 (ChadOx1 nCoV-19) prodotto da AstraZeneca rappresenta invece un moto d’orgoglio per l’Italia: il vaccino è infatti stato sperimentato e studiato tra i laboratori di Oxford e quelli di Pomezia, in Italia. Diversamente dagli altri sopra citati, questo vaccino si serve di un vettore per entrare nell’organismo, ovvero un virus del raffreddore che colpisce gli scimpanzé. In primis è stato reso innocuo per l’uomo questo virus e successivamente al suo interno è stato trasferito il materiale genetico della Spike Protein, di modo da stimolare la produzione di anticorpi.

Nelle ultime ore sono arrivati aggiornamenti promettenti per questo vaccino: pare infatti che durante le sperimentazioni si è verificata una valida risposta immunitaria nei pazienti sopra i 56 anni, al punto che si sarebbe sviluppata una risposta immunitaria pari a quelle dei 20-30enni.

Sullo stesso metodo è basato anche il cosiddetto Sputnik-V, il vaccino russo tecnicamente noto come Gam-COVID-Vac e prodotto dal Gamaleya Research Institute of Epidemiology and Microbiology. Il successo dello Sputnik era già stato annunciato nel 2020 ed il Presidente Vladimir Putin aveva annunciato la sua approvazione governativa ancora prima che il vaccino entrasse nella terza fase della sperimentazione.

Ciò aveva portato al sorgere di polemiche all’interno della comunità scientifica, che aveva richiesto maggiori rassicurazioni sull’efficacia del prodotto.

Dalla Cina arriva invece Coronavac, vaccino prodotto dall’industria farmaceutica Sinovac. Nonostante i toni entusiasti degli addetti ai lavori locali su questo vaccino, non esiste ancora una conclusione sulla sua efficacia, che verrà verificata solo con i risultati della fase 3. I risultati preliminari sono stati pubblicati nelle ultime ore su The Lancet da parte del team di ricerca cinese: “Le nostre conclusioni dimostrano che il Coronavac è in grado di indurre una rapida risposta di anticorpi nelle quattro settimane dall’immunizzazione, con due dosi vaccino a 14 giorni di intervallo”.

Il grande vantaggio di questo vaccino? Le modalità di conservazione: il coronavac può essere conservato e trasportato in semplici frigoriferi tradizionali, e richiede una temperatura di 2-8 gradi.

Sono molti altri, però, i vaccini che sono nella terza fase della sperimentazione, al momento, o sono ancora alle fasi precedenti: la lista completa è disponibile su infovac.ch , la piattaforma d’informazione sui vaccini.

Quando arriva il vaccino in Italia e a chi andrà per primo

Nel momento in cui il vaccino sarà disponibile, quanto costerà e come verrà distribuito?

A tutto questo ha pensato il Commissario all’emergenza Domenico Arcuri, che ha elaborato un piano di gestione e distribuzione delle dosi di vaccino. Il piano è già stato fornito alle regioni, che si stanno organizzando di conseguenza.

A chi andranno le prime dosi

La prima tranche dovrebbe arrivare a gennaio: si parla di 3,4 milioni di dosi, che andranno somministrate prioritariamente ad operatori sanitari ed alle Rsa. L’Italia non ha agito da sola nella gestione numerica delle dosi da acquistare: esiste un piano a livello europeo per assicurarsi un numero di dosi sufficiente, al quale il nostro Paese ha aderito.

I metodi di somministrazione del vaccino

Dopo Rsa ed operatori sanitari, saranno gli altri cittadini ad avere il vaccino, con priorità ai soggetti fragili. Adnkronos ha diffuso parte della comunicazione fatta da Arcuri: “Per gli altri vaccini in arrivo, destinati, invece, a tutte le altre categorie di cittadini, saranno previste modalità differenti di somministrazione, in linea con la ordinaria gestione vaccinale, attraverso una campagna su larga scala (es drive-through) a partire dalle persone con un elevato livello di fragilità”.

Come verrà conservato il vaccino

Arrivano anche risposte sulle modalità di conservazione, che nel caso dei vaccini a m-RNA potrebbero essere complesse: “Le caratteristiche di conservazione, inoltre, di queste prime dosi di vaccino, prevedono che lo stesso possa essere mantenuto per: 15 giorni dalla consegna nelle borse di conservazione del fornitore; 6 mesi, qualora si disponga di celle frigorifere a temperatura -75°C+-15°C”.

Il compito di ogni regione italiana, ora, sarà quello di trovare strutture tali che possano permettere la conservazione e la somministrazione: “è necessario che le regioni da Voi presiedute individuino, in ogni provincia, idonee strutture capaci di rispettare i vincoli sovraesposti quanto alle caratteristiche di consegna, di conservazione e di somministrazione”.

I tempi sono stretti: le comunicazioni su presidi ospedalieri scelti e personale operante dovranno arrivare entro il 23 novembre.

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