Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Ci risiamo: nuova ondata di Covid, ospedali presi di assalto, situazione di allarme generalizzata. Nonostante sette mesi di tempo avuti per imbastire un minimo di strategia, sembra di essere tornati a marzo.

Quale che sia la posizione del lettore a proposito del Covid e quale che sia la posizione del lettore rispetto alle misure prese dal Governo italiano, quel che sta succedendo merita una riflessione che coinvolga il modo in cui il cervello umano funziona, proprio per poterlo utilizzare al meglio, in questo contesto e in tutti i contesti sfidanti che nella vita ci troveremo ad affrontare: dall’esame universitario alla prossima dieta, da un cambio di posizione lavorativa a un rapporto delicato da gestire e così via.

 

È andato tutto bene?

La domanda è ovviamente retorica: basta aprire i giornali per capire che non è andato tutto bene, proprio per nulla. Uno dei motivi, questa è l’ipotesi di chi scrive, suffragata da vent’anni di ricerche scientifiche sul tema, è proprio l’uso eccessivo del pensiero positivo che ha caratterizzato i giorni passati.

Ovviamente, la frase “andrà tutto bene” è molto bella e può essere usata per orientare il nostro cervello verso scenari positivi e costruttivi.

L’ideatrice della frase è niente di meno che una Santa, Giovanna di Norwich la quale l’ha utilizzata per redigere le sue memorie di martire nel 1373.

La stessa frase è stata poi resa celebre dal poeta Derek Mahon e infine, durante il lockdown, è stata ripresa da cantanti e artisti vari che ci hanno realizzato canzoni, dipinto i muri e così via, in una gara (tristissima) a chi per primo se ne è attribuita la paternità (e il premio va, appunto, a Giovanna che, avendola scritta nel 1373, ha battuto tutti sul tempo).

Una cosa, però, è consolarsi con “andrà tutto bene” in attesa del martirio, quando si sa che non c’è più nulla da fare e un’altra cosa è riempirsi la testa di immagini belle e piacevoli quando ci sarebbe bisogno di altro. 

I pessimisti vivono più a lungo

La ricerca scientifica è molto chiara: visualizzare troppi scenari positivi conduce a un abbassamento della performance personale e al mancato ottenimento dei risultati sperati. Chi scrive è naturalmente un convinto fautore dell’importanza dell’atteggiamento mentale quando si tratta di gestire situazioni di stress ed è un ancor più convinto sostenitore dell’importanza di un linguaggio pulito, positivo e costruttivo.

Al tempo stesso, chi scrive è anche un convinto sostenitore della conoscenza e, in questo caso specifico, della conoscenza di come funziona il cervello umano, per poterlo utilizzare al meglio in momenti in cui c’è di mezzo la salute dell’intero pianeta.

Se noi, razza umana, siamo qui a raccontarcela, è perché abbiamo a disposizione ormoni e neurotrasmettitori del benessere che ci fanno stare bene e ci mantengono in salute e ormoni e neurotrasmettitori dello stress che, se usati in eccesso ci fanno stare male ma che hanno la loro importante funzione per la nostra sopravvivenza.

Togliere la paura è un rischio

Senza un po’ di paura, insomma, passeremmo con il rosso senza frenare: la paura, infatti, nelle giuste quantità, è uno dei più potenti salva vita che Madre Natura ci ha messo a disposizione.

Togliere la paura è un rischio, perché stimola un atteggiamento del cervello chiamato “overconfidence bias”, un errore cognitivo che consiste nel farci sovrastimare le nostre capacità e le possibilità di successo a scapito di attenzione, impegno e un briciolo di paura.


Tanto il virus non c’è, è solo una semplice influenza, a me comunque non capiterebbe mai: sono frasi che dichiarano “overconfidence.

Si badi bene, per evitare di attribuirmi una qualsiasi opinione pro o contro il Covid: sarebbero frasi pessime anche se il Covid non esistesse, perché comunque, prima di verificare se un pericolo è reale o presunto, serve una analisi approfondita e sistemica, che è impossibile da fare se si ha in testa il preconcetto “tanto il virus non c’è”. Io, confesso, non so come stiano realmente le cose e questo stato di dubbio mi porta a essere comunque vigile nei miei comportamenti quotidiani e a ricercare informazioni con spirito critico, vagliando tutte le ipotesi con la stessa lucidità.

L’ottimismo, anche linguistico, porta in una direzione opposta: atteggiamento troppo rilassato, scarsa soglia di attenzione e così via. C’è anche un altro grande problema racchiuso nella frase della Norwich e di Mahon: dal punto di vista strettamente linguistico, la frase “andrà tutto bene” implica una declinazione di responsabilità a un non meglio specificato agente esterno che evidentemente non siamo noi. Il che si traduce in comportamenti irresponsabili nel senso letterale del termine. Se, comunque, “andrà tutto bene”; allora che cosa mi impegno a fare?

 

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Ottimismo intelligente

Che si fa, quindi? Si usa il cervello, rifuggendo dal facile buonismo e dall’ottimismo che genera like ma produce code al pronto soccorso e abbracciando l’idea di un ottimismo costruttivo, quello che Wiseman chiama il “bipensiero” e che la più importante esperta di pensiero positivo al mondo, Gabriele Oettingen chiama “contrasto mentale”: immaginare e auspicare lo scenario migliore e adottare tutti i comportamenti previsti per lo scenario peggiore. Ovvero: sogno un mondo in cui tutto si risolve e, mentre lo faccio, mi lavo le mani ed evito di andare in spiaggia ammassato sul mio vicino di ombrellone.

Propongo un esercizio linguistico al lettore interessato a sviluppare questo genere di atteggiamento mentale che, con buona pace della letteratura fantasy alla “the Secret”, su cui ancora troppe persone ripongono una immeritata fiducia, è quello che ci ha permesso di arrivare sino qui e ci permetterà di sopravvivere come specie. Prendete carta e penna e scrivete: andrà tutto bene se io… e poi aggiungete almeno 10 azioni pratiche, concrete, tangibili che voi, in quanto individui, potete mettere in campo. Andrà tutto bene? Sì, se ciascuno farà la sua parte come si deve.

Altrimenti, al prossimo lockdown e al prossimo milione di morti, ci troveremo un’altra volta sui balconi a cantare canzoni che leccano l’animo ferito ma che servono a niente. 

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