Cronaca

Diego Maradona, il ricordo di Luciano Moggi: “Lo trattavo come un figlio”

È un ricordo e un ritratto umano quello che Luciano Moggi, manager ed ex dirigente sportivo, fa della leggenda Diego Armando Maradona, morto per un arresto cardiaco in Argentina
luciano moggi e diego armando maradona

La morte di Diego Armando Maradona segna per il mondo del calcio, per gli appassionati e non, una giornata di lutto ma rappresenta anche un’occasione per ricordare un campione leggendario, un intramontabile fenomeno che aveva riscritto la storia del mondo del pallone in vita e che ora lo farà da stella eterna. Tra le personalità più influenti del mondo del calcio italiano che hanno avuto modo e tempo di conoscere e vivere el pibe de oro, dentro e fuori dagli spogliatoi e dal campo in erba, c’è il manager ed ex dirigente sportivo italiano, Luciano Moggi.

Il personale ed umano ricordo di Maradona raccontato a The Social Post.

Morte di Maradona, il ricordo di Luciano Moggi: “Lo trattavo come un figlio

Quello che Luciano Moggi fa di Diego Armando Maradona è il ritratto, al di sopra del fuoriclasse, di un uomo: “Ho cercato di parlare con il fratello di Diego… non siamo riusciti a parlare – ci racconta al telefono Luciano Moggi degli istanti successivi alla notizia della scomparsa del campione – Ero legato a Diego più che da giocatore – dirigente, io lo trattavo come un figlio perché aveva bisogno di aiuto ed io cercavo sempre di fare il possibile per darglielo“.

Certe volte ci sono riuscito – prosegue Moggi – certe volte no. Adesso tutti dicono che conoscevano Maradona ma Maradona, l’uomo, non lo conosceva nessuno. Lo conoscevamo io, Ferlaino e i suoi compagni. Era un uomo eccezionale con i suoi momenti che tutti conoscono e che erano difficili da contenere, su questo non c’è dubbio“.

Il sole tramonta ma Maradona non tramonterà mai

Sempre descrivendo l’animo e il carisma del campione, così Moggi ripercorrendo il passato filtrato dai ricordi: “Era un altruista che avrebbe dato il cuore, l’anima per Napoli e per i napoletani, per i compagni di squadra e per rendere famosa la squadra napoletana, cosa che poi lui praticamente ha effettivamente reso.

In tutte le parti del mondo dove andavamo non ci chiamavano Napoli ma ‘la squadra di Maradona’. Persino a Tokyo hanno idolatrato Maradona come un qualcosa che è difficile da vedere per un giocatore ed è da tenere presente anche che i napoletani avranno un ricordo indelebile“. Un segno che solamente i fuoriclasse riescono a lasciare: “Su alcune strade di Napoli ci sono scritte a caratteri cubitali ‘Il sole tramonta ma Maradona non tramonterà mai’.

Questo per dirvi chi era Maradona per Napoli, umanamente. Poi dopo c’era il giocatore e lì non si discute, un fuori classe“.

Secondo lei è stato davvero compreso o c’è stato qualcosa che ha visto solamente chi gli è stato veramente vicino come lei?

Ognuno ha fatto quel che poteva, lui come giocatore era indiscutibile e i dirigenti hanno cercato di fare tutto il possibile per farlo essere un giocatore e un uomo, ma io credo che sull’uomo Diego abbia ragionato molto solo dopo la fine della carriera. Ha ragionato molto e devo dirvi che ho avuto diverse discussioni con lui proprio perché cercavo, in certi momenti, di farlo ragionare.

Per capire bene la situazione, com’era prima e com’è adesso, quando Diego arrivava in Italia o era nei paraggi una delle prime telefonate la faceva al sottoscritto perché evidentemente aveva capito che io gli suggerivo cose buone. Adesso, purtroppo, si parla molto del personaggio che purtroppo non c’è più ed è una cosa terribile. Giovane com’era… pensare che non ci sia più, è una cosa che può capire soltanto chi ha vissuto vicino a Maradona, tutto il resto sono chiacchiere.

Maradona, l’umanità oltre il fuoriclasse

Se dovesse definirlo con una sola parola, quale userebbe?

È difficile trovare una parola sola per definire Maradona perché se lascio fuori il discorso del fuoriclasse e prendo quello umano devo dire che a Napoli molta gente che aveva bisogno si è trovata di fronte Maradona che ha fatto solo bene. Era umano, umano con dei momenti che dimostravano il contrario ma solo a chi non è stato vicino a lui.

C’è qualcosa che Diego le ha insegnato?

No perché non giocavo a pallone (ride [NdR]) Io quando giocavo ero un mezzo giocatore, ho smesso proprio per questo. Sotto quel profilo non mi insegnava niente, sotto altri profili ho cercato io di insegnare a lui qualcosa. Lui probabilmente è nato povero, quando siamo andati a Buenos Aires in occasione del suo matrimonio abbiamo visitato i luoghi in cui era nato e abbiamo capito la provenienza di Diego. Voglio ricordare un personaggio che adesso non c’è più, Cyterszpiler, che era il suo manager iniziale. Forse con lui sarebbe andato avanti in altra maniera perché era un uomo, anche questo, vero, che voleva indirizzarlo nella maniera giusta e purtroppo è morto giovane anche lui quindi il problema si è proposto quando è venuto a Napoli, una situazione che sostanzialmente ha portato a dirigerlo ma discutere di lui molto spesso. A me è sempre stato affezionato, è stato sempre una persona che dopo il calcio mi ha cercato.

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