olindo rosa immagine

L’11 dicembre 2006 è una giornata che difficilmente può essere dimenticata. È la sera in cui in provincia di Como, di preciso a Erba, si è consumato il massacro di 4 persone, noto alla cronaca come la strage di Erba

La scoperta dei corpi

Sono le ore 20:20 di quell’11 dicembre, quando Vittorio Ballabio e sua moglie Monica, residenti in via Volta 50 a Erba, vedono del fumo denso e nero provenire dal palazzo di fronte, il civico 25. Il signor Ballabio decide di uscire di casa e si reca al civico 48, in cui abita un suo amico, Glauco Bartesaghi, vigile del fuoco volontario da più di 20 anni, per spiegargli la situazione.

Insieme, si recano verso via Volta 25. 

Glauco Bartesaghi entra nel palazzo e, dopo due rampe, trova un uomo disteso a pancia in su sul pianerottolo. Lo sposta verso le scale e, successivamente, entra nell’appartamento da cui proviene l’incendio. Vede una donna, il cui corpo sta bruciando. Immediatamente, il volontario utilizza i suoi vestiti per spegnere le fiamme e trascina il corpo verso il pianerottolo. 

Nel frattempo, arriva Ballabio, che toccando intorno a sé si ritrova con le mani sporche di sangue. Poi, iniziano a sentire una voce femminile che, dal piano di sopra, chiede debolmente aiuto per tre volte.

Vittorio Ballabio passa a Glauco un piccolo estintore per auto che ha trovato. Glauco Bartesaghi percorre la rampa di scale, prova a entrare nell’appartamento e ad azionare l’estintore, ma le fiamme sono troppo forti per essere gestite. Così, rinuncia e, insieme all’amico, escono dall’appartamento. Per agevolare i soccorsi, i due spostano una Lancia K nera che si trovava proprio davanti al cancello del palazzo e che aveva le chiavi inserite nel quadro

Le vittime della strage di Erba

Arriva il personale del 118, che evidenzia come l’uomo rinvenuto nel pianerottolo sia ancora vivo -anche se poco reattivo.

Nel frattempo, giungono anche i Vigili del Fuoco che riescono a domare e spegnere le fiamme. 

Nell’appartamento da cui è divampato l’incendio vengono trovati 3 corpi: Raffaella Castagna, 30 anni, il figlio Youssef Marzouk, 2 anni, e la mamma di lei Paola Galli, 57 anni. Al piano di sopra, invece, trovano il cadavere di Valeria Cherubini, 55 anni, e, poco distante, quello del suo cane. Sono loro le vittime della strage di Erba.

Il racconto del sopravvissuto

Però, c’è un sopravvissuto. L’uomo soccorso si chiama Mario Frigerio, ha 65 anni ed è il marito di Valeria.

Viene trasportato al Pronto Soccorso, operato e ricoverato a seguito delle gravi lesioni sul corpo. Secondo il referto, è sfuggito alla morte grazie a una malformazione della carotide. Viene ricoverato in rianimazione, sottoposto al coma farmacologico e, 15 giorni dopo, si risveglia e viene interrogato dal pm Simone Pizzotti.

Parla flebilmente, a causa della sola corda vocale che i medici sono riusciti a conservare. Racconta che, quella sera, attorno alle 20:00, lui e la moglie Valeria hanno sentito delle urla di una donna, provenienti dal piano inferiore. 10 minuti dopo, non hanno più sentito nulla e, così, la moglie è uscita per portare fuori il cane.

Al suo ritorno, gli ha riferito di aver notato del fumo proveniente dall’appartamento dei Castagna, situato proprio al piano di sotto. “Scendiamo, la luce delle scale era accesa. Vedo la porta dei Castagna socchiusa, poi richiusa e subito dopo riaperta. In quei due secondi che si apre, nello spiraglio, vedo una faccia che non conosco”, racconta agli inquirenti. 

Subito dopo, la porta si riapre, un uomo lo afferra, lo tira all’interno dell’appartamento, lo fa cadere, lo picchia con pugni e calci, sedendosi sopra di lui.

 

Ancora: “Sentivo mia moglie gridare due volte ‘no!’ e poi ‘aiuto!’. In quel momento, la luce [delle scale, ndr.] si spegneva e capii che gli aggressori dovevano essere due, se stavano colpendo anche lei”. A quel punto, l’uomo che stava sopra di lui, estrae un coltello e lo accoltella all’altezza della gola. Poco dopo, Mario Frigerio perde conoscenza. 

Trascorsi alcuni giorni e ribadita più volte la sua versione dei fatti, il lampo: il sopravvissuto riferisce che l’uomo che lo ha aggredito è Olindo Romano.   

Le piste

Andiamo con ordine e cerchiamo di comprendere l’attività investigativa. Fin dalle prime ore dopo il massacro, la prima pista che gli inquirenti prendono in considerazione è quella che vede Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef. Avevano pensato che, dati i suoi precedenti per spaccio, potesse essere stato il responsabile degli omicidi. Tuttavia, il giorno dopo, intorno a mezzogiorno, si scopre che Azouz è in Tunisia dal 2 dicembre.

La seconda pista prevede invece degli aggressori esterni. Si pensa che possa essere una vendetta di un ex compagno del carcere di Azouz Marzouk. Questa pista, però, viene subito scartata non solo perché non ci sarebbero stati i probabili motivi per una vendetta ai danni della famiglia di Marzouk, ma soprattutto perché, a causa delle dinamiche dell’incendio, se ci fossero stati aggressori esterni, sarebbero dovuti uscire dal palazzo e sarebbero stati visti da tutte le persone accorse, una volta visto il fumo denso.

Nella stessa notte della strage di Erba, qualcuno in caserma ricorda che i coniugi Raffaella Castagna e Azouz Marzouk avevano avuto molteplici discussioni con gli abitanti dell’appartamento situato sotto il loro: Rosa Bazzi e Olindo Romano. Tra le due famiglie, gli inquirenti trovano subito una storia di querele e forti discussioni. Per di più, Rosa e Olindo avevano pedinato in passato Raffaella, l’avevano più volte insultata e, una volta, le avevano staccato la luce. Il tutto avveniva perché, secondo i due sospettati, i Castagna facevano troppo rumore. È la terza pista, quella che sarà poi sviluppata.

Perché proprio Rosa e Olindo?

Dunque, si inizia a seguire la terza pista. In effetti, tramite le varie testimonianze e le vicende legali, chi si occupa del caso evidenzia lo strano comportamento tenuto da Rosa e Olindo il giorno degli omicidi.

I due, infatti, erano tornati a casa attorno alle 22:30. Non si erano preoccupati di chiedere cosa stesse succedendo, ma avevano chiesto ai Vigili del Fuoco di verificare semplicemente se la casa fosse a posto e potessero rientrare.

Quando poi i carabinieri, durante la notte dell’11 dicembre, bussano alla loro porta e chiedono loro un alibi, Rosa Bazzi non risponde, ma prende la borsa e gli mostra uno scontrino del Mc Donald’s di Como, stampato alle 21:37.

Quella stessa notte, i Carabinieri perquisiscono l’appartamento, sequestrano gli abiti – alcuni dei quali macchiati di rosso – che si trovavano all’interno della lavatrice appena avviata. Poi, notano che entrambi presentavano ferite recenti e lividi. Qualche giorno dopo, iniziano le intercettazioni, piazzando delle microspie sia nell’appartamento sia nella machina di Rosa e Olindo.

La ricostruzione della strage di Erba

Grazie alla testimonianza di uno degli abitanti del palazzo e alle successive dichiarazioni di Mario Frigerio, gli inquirenti tracciano una ricostruzione delle dinamiche della strage.

Si presume che Paola Galli, Raffaella Castagna e il piccolo Youssef siano arrivati, in macchina, intorno alle 19:58. La signora Galli, proprietaria dell’auto, avrebbe lasciato le chiavi direttamente nel quadro, perché il suo intento sarebbe stato quello di permanere pochissimo.

Sarebbero entrati nel palazzo, sarebbero arrivati di fronte al loro appartamento e avrebbero cercato di accendere la luce, senza riuscirci. Avrebbero, dunque, lasciato la porta aperta, per poter usufruire dell’illuminazione delle scale.

A quel punto, gli assassini sarebbero entrati e avrebbero accoltellato i tre presenti, nel giro di pochi minuti. Successivamente, per celare le eventuali prove, avrebbero appiccato l’incendio, a partire dalla camera da letto matrimoniale e da quella del bambino.

Nel frattempo, Valeria Cherubini e Marco Frigerio, allertati dal fumo, sarebbero andati verso l’appartamento dei Castagna. Qui, si inserisce il resoconto del sopravvissuto, tirato con la forza da uno dei killer dentro l’appartamento, picchiato e accoltellato.

La moglie, invece, ancora sulle scale, sarebbe stata colpita dall’altro omicida, prima frontalmente e, successivamente, alle spalle, mentre la donna avrebbe cercato la fuga. Nonostante le profonde ferite, Valeria Cherubini – così come mostrato le sue impronte sul muro – sarebbe andata verso il suo appartamento, per poi trovare la morte.

La confessione

Passano i giorni e arriva l’8 gennaio 2007: Rosa e Olindo vengono fermati. Vengono sottoposti a differenti interrogatori, fino a che, a un certo punto, Rosa confessa, prendendosi la piena responsabilità del fatto. Subito, si comprende che sta escludendo Olindo per poterlo salvare.

Non appena il marito scopre ciò, afferma: “Non è vero niente“, prendendosi la responsabilità totale a sua volta. Successivamente, si arriva a una piena confessione, caratterizzata da racconti, a volte piuttosto incoerenti, ma ricchi di dettagli. Quando si incontrano, tra un interrogatorio e l’altro, i due non sono preoccupati per la possibile condanna: si organizzano e fanno dei piani, pensando ai lavori che avrebbero potuto fare in carcere e alle volte in cui si sarebbero potuti incontrare.

Il tempo passa ancora e cambia la difesa: Rosa e Olindo iniziano a ritrattare, affermando la loro innocenza e sostenendo di essere stati costretti a confessare.

Tuttavia, il 3 maggio 2011, a distanza di quasi 5 anni dalla strage di Erba, arriva la sentenza definitiva per Rosa Bazzi e Olindo Romano. I due vengono riconosciuti colpevoli, condannati all’ergastolo e a 3 anni di isolamento diurno.

Secondo Azouz Marzouk, Rosa e Olindo sono innocenti

Dall’aprile 2011, Azouz Marzouk inizia a dichiarare di essere sicuro dell’innocenza di Rosa e Olindo. Chiede che venga effettuata la revisione del processo. Intenta un ricorso presso la CEDU, ovvero la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a causa dei vizi processuali che aveva rilevato. La CEDU però rigetta il ricorso, dichiarato non ammissibile.

Qualche anno dopo, anche gli avvocati difensori dei coniugi Bazzi e Romano intentano un ricorso alla CEDU. Anche in questo caso, l’intento viene respinto, così pure i successivi tentativi di far riaprire il caso e riesaminare alcuni reperti.

Il parere della criminologa Ilaria Cabula

Al di là della presunta innocenza dei coniugi, ritengo che la colpevolezza di Rosa Bazzi e Olindo Romano non si poggi su basi certe. In primo luogo, dalle intercettazioni non è emerso niente di così provante.

Per di più, la prova principale è una macchia di sangue appartenente a Valeria Cherubini, rinvenuta all’interno della vettura dei due. In realtà, indagini successive hanno mostrato come, potenzialmente, quella traccia ematica possa essere stata portata dai Carabinieri, che, il giorno stesso della strage di Erba, avevano perquisito, insieme all’appartamento, anche la Seat Arosa di Rosa e Olindo. In effetti, dalle fotografie scattate sulla scena del crimine, si nota come quasi nessuno degli addetti ai lavori portasse i copriscarpe. Pertanto, una simile contaminazione potrebbe essere plausibile.

Oltre a ciò, circa 17 giorni dopo la strage di Erba, sono stati effettuati degli esami per la ricerca di prove biologiche all’interno dell’auto. Si tratta dei test che hanno portato al rinvenimento della macchia. Queste prove sono state effettuate in assenza degli avvocati difensori di Rosa e Olindo, dato che sono state disposte in qualità di “accertamenti urgenti“. Fino a qui, niente di particolarmente strano. Il problema sorge nel momento in cui l’auto non è stata prelevata dalle Forze dell’Ordine e portata nella sede degli esami, ma l’ha guidata direttamente Olindo. Tali esami sono stati effettuati da un solo operatore, in aggiunta aiutato dallo stesso Olindo. La traccia ematica, invece, non è mai stata fotografata.

Gli indizi contro Rosa e Olindo

Nonostante gli errori commessi, le confessioni rese dai coniugi presentano dettagli potenzialmente conosciuti solo da chi ha effettivamente commesso la strage. Aggiungo anche che è indubbio che il fatto sia stato commesso da due persone, specialmente a causa del brevissimo lasso temporale in cui si è svolto. Inoltre, alcune delle ferite riportate dalle vittime sono state commesse da una persona mancina. Per esempio, Rosa Bazzi è mancina. Anche specifiche lesioni rinvenute sul corpo di Valeria Cherubini sono compatibili con l’altezza di Rosa.

Sorprende, infine, come i due non si siano mai preoccupati della condanna. La loro preoccupazione è sempre stata rivolta a sé stessi come coppia: a loro bastava semplicemente stare insieme. Basti pensare che, durante gli interrogatori e successivamente, non hanno mai parlato di come dimostrare la loro innocenza, ma di quanto tempo sarebbero potuti stare insieme durante la reclusione. A riguardo, risulta particolarmente emblematica una delle foto scattate in Tribunale, nella quale appaiono Rosa e Olindo insieme, abbracciati e sorridenti.

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