Il Linguafondaio: Manolo Trinci

La scorsa settimana, impegnato come tutti nella realizzazione dell’albero di Natale, ma soprattutto del presepe, mi sono venute in mente, per colpa di quest’ultimo, le tante forme doppie presenti nella nostra lingua.

Chi non ha mai avuto il dubbio su quale fosse la forma corretta tra presepe e presepio? (Ho fatto anche un video su TikTok). In questo caso abbiamo libertà di scelta: possiamo usare sia la forma presepe sia la forma presepio. E possiamo, qualora volessimo, addirittura usarle entrambe all’interno di uno stesso scritto, per donare maggiore ricchezza a un nostro testo.

E perché questo?

Perché abbiamo dei precedenti autorevoli, l’italiano funziona anche così, quando non si è sicuri dell’esistenza di una forma, si va a ritroso e si cerca la firma autorevole che avvalori la nostra tesi e che ci dia il via libera per usarla.

Per esempio, Alessandro Manzoni, nel suo componimento “Il Natale”, usò entrambe le forme: in un verso utilizzò la forma presepio e in un altro presepe. E se le ha usate l’autore dei Promessi sposi, possiamo dormire sonni tranquilli.

Il problema delle ciliegie

Un problema simile si ha con ciliegie, la forma che rispetta la regola (non sempre affidabile, bisogna dirlo) la quale dice che le parole al singolare, terminanti in –cia e -gia, se sono precedute da una vocale, mantengono la “i” anche al plurale, quindi tiriamo dritti e scriviamo tranquillamente ciliegie.

Ma poi arriva una certa Oriana Fallaci che ti rovina la festa e che pubblica (tecnicamente pubblicano, visto che quest’opera uscì nel 2008, dopo la morte dell’autrice) “Un cappello pieno di ciliege” dando così pari dignità e valore anche alla forma senza la “i” (Guarda che l’ha usata anche Oriana Fallici, eh!); e la regoletta imparata a memoria a scuola va a farsi friggere.

Natale, una festa familiare o famigliare?

Lo stesso caso vale per provincie, una volta forma legittima, ma caduta da tempo in disuso (a Roma esiste Viale delle Provincie). Se oggi usassi la vecchia forma, nel migliore dei casi mi beccherei dell’ignorante scappato dalle scuole.

Un altro esempio di duplicazione di forma, e quindi portatore di dubbi, è la coppia familiare e famigliare. Anche qui le tifoserie e le teorie che sono nate e che tutt’ora esistono sono le più disparate, e non fanno altro che alimentare dubbi e confusioni. C’è la vecchia scuola che boccia totalmente la forma famigliare e usa solo e sempre familiare: Quella ragazza ha un viso familiare o Amo i miei familiari.

Contro questa rigida teoria, come nel caso di Oriana Fallaci, entra in gioco il fattore grande autore, anzi, grande autrice. Natalia Ginzburg scrisse nel 1963 un libro dal titolo “Lessico Famigliare”, con “gl” (o con la palatale, come la chiamano i linguisti). E questo, rimette di nuovo la palla al centro, aprendo le porte anche alla forma famigliare.

La seconda scuola di pensiero, che mi piacerebbe sostenere, ma che evito scientemente per non creare discussioni e farmi correggere dal primo inconsapevole che passa, è quella che propone di utilizzare entrambi i termini, ma per due fini grammaticali diversi: quando il termine ha valore di aggettivo si usa la forma familiare (Hai un viso familiare); mentre quando ha valore di sostantivo si usa la forma con la palatale (Amo i miei famigliari).

Il terzo e ultimo caso è quello di poter usare liberamente entrambi i termini, che hanno evidentemente derivazione diversa, ma sono tutt’e due corretti, come riporta il sito di Treccani. Come ho detto nel secondo punto, non userò mai e in nessun caso il termine famigliare, per non essere ripreso da chi non sa di non sapere. Evito sempre le rogne in partenza.

Dovete sapere che la vita di chi sa la grammatica è molto faticosa, soprattutto nell’era dei social, perché ognuno ha una sua personalissima teoria sull’uso di quel termine o di quella regola, credendo che la grammatica sia un’opinione e che il gusto personale possa avere lo stesso peso dell’uso generale o della norma.

Siamo obiettivi!

Tornando al tema di oggi, lo stesso discorso vale per la forma obbiettivo che una tradizione scolastica ha sempre ritenuto scorretta o al massimo da usare solo quando si parla di oggetti, come l’obbiettivo della macchina fotografica. Anche in questo caso i dizionari online ci dicono che le due forme sono ormai accettate (anche se la forma con una b è la più consigliata perché rispetta maggiormente la derivazione latina da obiectivum) e che questa diversificazione obbiettivo-oggetto e obiettivo-scopo nella vita, non esiste.

Quando il corretto sembra s-corretto

L’ultimo caso che vorrei menzionare è quello della forma espressiva scancellare, con la “s”, da sempre bandita da tutte le scuole d’Italia, ma che sorprendentemente non solo è ritenuta corretta ‒ anche se la userei solo in contesti informali o per dare un tono scherzoso al mio testo ‒ ma ha anche avuto in passato autorevoli sostenitori, come il premio Nobèl Eugenio Montale, che all’interno di un suo componimento scrive: Dal porto / di Vernazza le luci erano a tratti / scancellate dal crescere dell’onde / invisibili al fondo della notte.