Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Il prestigioso dizionario Collins, il più usato della lingua inglese, ha decretato lockdown come parola dell’anno, registrando più di 250 milioni di utilizzi.

Termine non accolto da tutti in Italia, e che qualche penna autorevole ha proposto di sostituire con confinamento o clausura. Ma come ho già accennato in un altro articolo, anche se ognuno di noi ha totale libertà linguistica per quanto riguarda le sue idee e le proprie produzioni scritte, non possiamo alzarci una mattina e usare una parola o inventarcene una, solo perché a noi piace di più.

La lingua non funziona così e se vogliamo essere compresi da più persone possibili e non vogliamo escluderci dal resto del mondo, bisogna stare alle regole del gioco e seguire delle linee prestabilite.

Sei brutto come un 2020!

Come avrete capito, inevitabilmente le parole più usate in questo annus horribilis hanno a che fare con la pandemia. Pandemia è una delle parole che abbiamo imparato a conoscere agli inizi o quasi di questo incubo, che descrive un fatto di rapida diffusione, una malattia che coinvolge tutti i paesi del mondo.

Anche solo il disgraziato anno, il 2020, che molto probabilmente pareggerà linguisticamente i conti con il celeberrimo ’48 (il 1848, anno dei moti risorgimentali) e che forse in futuro ritroveremo sotto forma di improperi, di disgrazie e di maledizioni, in frasi del tipo: È successo un 2020! oppure Sei peggio di un 2020! o ancora Sei brutto come un 2020!, a quanto riportano fonti autorevoli, in Inghilterra è già una realtà: il 2020 viene usato a mo’ di ingiuria.

Una vita divisa in fasi e in colori

Ma andiamo per ordine, il virus (parola latina che significa veleno) ha fatto la sua comparsa ufficialmente, anche se non sembra così, nel dicembre 2019 a Wuhan.

Noi lo abbiamo conosciuto prima con il nome generico di Coronavirus o nuovo Coronavirus, termine “nuovo” solo per i profani (esiste dagli anni Sessanta), che precede la formazione della più precisa sigla Covid-19 (CO-rona VI-rus D-isease 2019), sigla scelta dall’OMS l’11 febbraio 2020, che dovrebbe essere preceduta da un articolo femminile perché disease significa malattia, la malattia da Coronavirus, ma che i parlanti fin da subito hanno utilizzano al maschile pensando al virus e non alla malattia; e visto che l’uso vince sempre, entrambe le possibilità sono corrette.

Abbiamo imparato a dividere la nostra vita in fasi (fino ad ora sono tre) e in quei colori (giallo, arancione, rosso e forse con l’aiuto del vaccino, un giorno anche verde) che hanno diviso in livelli di rischio la nostra cara Nazione; e ad avere il costante timore di nuovi possibili ritorni del virus, le famose ondate, che possono ripresentarsi più violente delle precedenti, come è successo con questa seconda ondata.

Ti ho tamponato!

Abbiamo imparato a lavorare in smart working o lavoro agile e gli studenti hanno imparato, non senza difficoltà, a frequentare la Dad (didattica a distanza).

Abbiamo temuto e temiamo il verbo tamponare, al quale, oltre ai due significati che già conoscevamo, se n’è aggiunto un terzo: si possono tamponare le ferite per arrestare un’emorragia; si può tamponare per distrazione o incapacità un’auto che ci precede; mentre oggi, un tamponato è qualcuno che si è dovuto sottoporre al fastidioso esame del tampone – magari dopo una lunga e noiosissima coda al drive-in, fatta non certo per guardare un film romantico con la sua dolce metà ‒ per sapere se ha contratto il Coronavirus oppure no e per scongiurare una possibile positività.

Io penso positivo

Anche la positività, come atteggiamento mentale è stata surclassata dalla sua parte oscura, dall’altra faccia del significato. Se ci si vuole fare terra bruciata intorno e non si sopportano le persone, dichiararsi apertamente positivi, oggi, potrebbe essere la soluzione a tutti i vostri mali. Chi ha avuto la disgrazia di essere risultato positivo al tampone, anche se asintomatico (chi non ha nessun sintomo, ma ha ugualmente contratto il Coronavirus: l’alfa privativo iniziale rovescia il significato di un termine) ha dovuto fare un periodo di quarantena o ha dovuto quarantenarsi, cioè restare in isolamento forzato per un periodo non di quaranta giorni, come il significato originario del termine racconta, ma solo di quattordici giorni.

E sia la quarantena sia l’isolamento, come ben sappiamo, non permettono il contatto né con estranei né con i nostri amati e inavvicinabili congiunti, che come noi si sono dovuti difendere con il distanziamento sociale, con le mascherine e il disinfettante, per scongiurare il possibile contatto con le pericolose goccioline di saliva o droplet di un contagiato.

Assembramenti o assemblamenti

Abbiamo provato a non creare assembramenti (non sempre riuscendoci), termine anche questo che in principio a qualcuno ha dato qualche problema, non solo perché si è visto limitare la propria libertà dalla dittatura sanitaria, ma perché quel nuovo termine ‒ che in realtà, come la maggior parte dei termini che ci appaiono “nuovi”, sono già stati usati in passato, o vengono usati da una ristretta cerchia di parlanti (vedi tecnicismi) ‒ è stato riportato da qualcuno come assemblamento, con la “l”, tanto da scatenare l’ironia del web con associazioni del tipo: provenienza cinese del virus = uso logico di “l” al posto di “r”.

Riguardo a questo proposito, inizialmente la pandemia, presa sottogamba da politici, giornalisti e purtroppo anche da virologi di fama mondiale, veniva chiamata semplicemente l’influenza cinese (L’OMS sconsiglia di usare nomi che richiamano a precise aree geografiche, per non dare vita a fenomeni di violenza e di razzismo), e per questo per un po’ di tempo è stata percepita come una questione lontanissima da noi e che non ci riguardava, facendoci abbassare la guardia; magari in un mondo remoto e non globalizzato avrebbe potuto egoisticamente non riguardarci, ma non in un mondo ormai così piccolo e visitabile con estrema facilità e soprattutto non nell’anno più funesto tra i bisesti(li).

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