alberto genovese

Nei giorni scorsi, altre due ragazze si sono presentate in Procura per denunciare Alberto Genovese con l’accusa di violenza sessuale. Attualmente, sarebbero 6 le vittime che hanno testimoniato contro l’’imprenditore milanese. Secondo quanto riportato, si tratterebbe di persone la cui versione dei fatti risulta essere particolarmente attendibile e suffragata da valide prove. 

Tuttavia, sin da quando è scoppiato il caso Genovese, l’opinione pubblica si è divisa in due. Da una parte, vi è chi ha iniziato a sostenere le vittime; dall’altra vi è chi, al contrario, ha evidenziato il carisma professionale di Alberto Genovese e ha iniziato a colpevolizzare le vittime, sostenendo in modo più o meno esplicito il “se la sono cercata.

 

Il victim blaming contro le vittime di Genovese

Il fatto che l’opinione pubblica attribuisca responsabilità a una vittima di violenza si definisce come victim blaming. Tale fenomeno si concretizza generalmente nel commentare l’abbigliamento o qualsiasi condotta tenuta dalla vittima al fine di trovare degli elementi che possano, anche in modo parziale, ridurre la colpevolezza dell’accusato. Ciò porta, inevitabilmente, a spostare il focus dell’attenzione dal carnefice alla sua vittima.

 

Due tipologie di vittimizzazione

In ambito vittimologico, distinguiamo 2 tipologie di vittimizzazione: la vittimizzazione primaria e la vittimizzazione secondaria. 

Con vittimizzazione primaria si intende il momento in cui la vittima diviene vittima per la prima volta. Prendendo come esempio il caso di Genovese, le vittime (o presunte tali) sono diventate vittime nel momento in cui hanno subito lo stupro

La vittimizzazione secondaria è, invece, il momento in cui la vittima è vittima una seconda volta, a causa del victim blaming. In altre parole, la vittima è nuovamente vittima quando l’opinione pubblica o gli operatori della giustizia colpevolizzano la vittima con affermazioni o interrogativi quali: “Se l’è cercata”, “Ma come era vestita?

”, “Facendo quel lavoro/ andando a quella festa, cosa si aspettava?”, “Se fosse rimasta a casa, non le sarebbe capitato”. 

Il commento della criminologa Ilaria Cabula

Utilizzo spesso un esempio per far comprendere come il victim blaming sia sempre una reazione totalmente errata. Stai passeggiando in strada e qualcuno ti strattona, ti minaccia e ti ruba il portafoglio: sei, dunque, una vittima di reato. È colpa tua se sei stato strattonato, minacciato e derubato?

Te la sei cercata? 

Ho impiegato questo esempio volutamente. Gli studi scientifici hanno infatti mostrato come la colpevolizzazione della vittima sia un fenomeno che si manifesti essenzialmente nei casi di mobbing, di violenza sessuale o di violenza agita all’interno delle relazioni. Al contrario di fatti ciò non si presenta quando la vittima subisce reati quali truffe o rapine. 

Ancora, la letteratura mette in luce com le vittime del victim blaming siano principalmente le donne rispetto agli uomini. 

Ma perché avviene tutto questo? Cosa ci porta a ritenere che la vittima possa avere un seppur minimo grado di responsabilità?

Possiamo considerare alcune spiegazioni che si intrecciano tra di loro. La prima si riferisce a una questione puramente socio-culturale: vi è ancora l’idea che alcuni comportamenti siano propri degli uomini e non debbano invece essere adottati dalle donne. Tra questi, vi sono: bere alcolici, tornare a casa tardi, flirtare e vivere la sessualità senza tabu. Questo porta le persone a ritenere che, siccome la donna ha messo in atto tali comportamenti, allora ha una certa responsabilità

L’illusione di controllo e l’idea di un mondo giusto

Un’altra spiegazione si riconduce a due concetti: l’ipotesi del mondo giusto e l’illusione di controllo.

L’ipotesi del mondo giusto è la credenza per cui il mondo sia un posto giusto che premia le persone buone e punisce le persone cattive. In tal senso, se subisci un reato, vuol dire che stai scontando una punizione perché hai fatto qualcosa che non avresti dovuto fare. A ciò si aggiunge l’illusione di controllo, ossia la tendenza a credere di poter controllare qualsiasi tipologia di evento. Significa che tendiamo a vedere la violenza sessuale come una cosa estranea, che non può capitarci se non mettiamo in atto specifiche condotte. Nel caso di Genovese, si potrebbe tradurre nel: “Se non fosse andata a quella festa, non sarebbe stata stuprata”. 

Però,occorre chiarire che la vittima non può mai essere ritenuta responsabile di qualsiasi reato sia stato commesso contro di lei. La responsabilità è esclusivamente di chi commette il fatto. Inoltre, la violenza è di per sé un fenomeno trasversale, cioè che non dipende dal sesso, dallo stato sociale o economico, dal livello di istruzione o da altri fattori, come l’abbigliamento della vittima

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