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A Marzo 2020, in piena pandemia Covid, Luca Tacchetto e la sua fidanzata Edith Blais, rapiti nel 2018 in Africa, sono riusciti a liberarsi e a tornare in Italia.

Tra poco uscirà il libro di Edith che racconta quella drammatica avventura, e nel quale la ragazza parla di com’è stato vivere mesi di prigionia e poi progettare una fuga pericolosa e incerta.

Il viaggio in Africa a novembre 2018

Luca ed Edith si erano conosciuti in Canada nel 2016: ad unirli tra le altre cose era stata la passione per i viaggi.

Nel novembre 2018 i due hanno deciso di intraprendere un’avventura che li avrebbe dovuti portare da Padova all’Africa e ritorno ma durante il tragitto, tra Burkina Faso, Benin e Togo, i due sono stati rapiti passando per lungo tempo di mano in mano tra varie bande di rapitori.

Edith Blais, nel libro Le Sablier -anticipato in alcuni suoi passaggi da Il Corriere– ha raccontato di queste bande di rapitori, spesso costituite da bambini soldato: “Potevano avere dai 13 ai 15 anni, militari in miniatura con in mano grandi kalashnikov”.

La conversione all’Islam: “Era il male minore”

Il momento più difficile arriva nel marzo 2019, quando la coppia viene separata: si rivedranno solo 11 mesi dopo, per via di uno stato di salute precaria della ragazza. Nel frattempo la giovane -racconta- ha fatto di tutto per sopravvivere, e tra i mezzi per compiacere i suoi rapitori e garantirsi una quotidianità sopportabile c’è la conversione all’islam: “Mi sono lavata e ho indossato il hijab, dovevo sopravvivere e la conversione era il male minore”. Non è una conversione sentita: “Oggi non ho conservato nulla di questa religione”.

I due si possono incontrare di nuovo solo nel marzo 2020, quando insieme decidono di provare a fuggire: si costruiscono delle calzature fittizie con degli stracci e, approfittando di un momento di distrazione dei loro rapitori, si allontanano. Cammineranno per ore nel deserto, fino ad incrociare un camion che li porterà fino ad un edificio governativo.

Il ritorno a casa: il coronavirus

Ciò che non sanno, quando incontrano per la prima volta una persona che non sia un rapitore, è che nel frattempo il mondo è stato sconvolto dalla tragedia della pandemia.

Lo capisce Edith Blais, la prima volta che incontra un delegato Onu: “Avrei voluto stringergli la mano, ma invece mi ha offerto il suo gomito. L’ambasciatore ha capito che non sapevamo nulla e quindi ci ha spiegato che eravamo nel bel mezzo di una pandemia. Per la prima volta ho sentito parlare del coronavirus.