lidia macchi

Sembra essersi concluso l’incubo di Stefano Binda, unica persona ad essere stata prima accusata e poi condannata per la morte di Lidia Macchi, avvenuta nel 1987.

Dopo l’assoluzione dalle accuse decisa nel 2019, pochi giorni fa la Cassazione ha rigettato il ricorso contro l’assoluzione, dando quindi ragione al procuratore generale Marco Dall’Olio.

Ora Binda, che ha assistito alle ultime scene del suo dramma giudiziario direttamente da casa sua, racconta come ci si sente alla fine di un processo che l’ha visto nelle vesti di mostro.

Giorgio Macchi, padre di Lidia, è morto convinto che l’unico responsabile della morte di sua figlia fosse Stefano Binda.

Nel 2018 era infatti giunta la condanna all’ergastolo che sembrava mettere al tempo un punto alla vicenda, e consegnare dopo tanti anni un colpevole alla famiglia. A Il Corriere della Sera Binda racconta di come il momento della morte di Giorgio macchi sia stato molto difficile per lui:L’ultima cosa che si è sentito dire non era vera e cioè che avevano trovato l’assassino e che l’assassino ero io. Non ha avuto modo di vedere la fine, di poter giudicare lui stesso se l’accusa era convincente”.

La famiglia Macchi conosceva Stefano Binda: lui e Lidia erano compagni di scuola.

L’essere ritenuto colpevole da queste persone è stato più difficile che sostenere la pena carceraria: “Contro il carcere potevo lottare e cambiare le cose”.

Le parole della famiglia Macchi

Oggi, gli elementi a favore di un’assoluzione di Binda sono tanto forti da convincere anche la famiglia Macchi che un colpevole vada ancora individuato, come ha specificato la famiglia con una nota: “Rimarrà per sempre la ferita di non aver trovato il colpevole della morte di Lidia, anche alla luce della dolorosa scoperta della distruzione e sparizione di alcuni reperti che con le tecniche moderne avrebbero potuto portare un apporto decisivo in questo percorso giudiziario”.

Ora, Stefano Binda vuole tornare alla vita, nonostante abbia 54 anni e ne abbia passati molti a chiedere di essere creduto: chiederà i danni per ingiusta detenzione e di Lidia manterrà un ricordo sereno e privo di ombre, come quello di una gita insieme da ragazzi: “Stavamo tornando in pullman da una vacanzina con il gruppo di amici. Lei era seduta di fronte a me e mi parlò di Gesù. Ricordo di aver trovato la sua fede convincente”.

Lidia Macchi: l’omicidio e l’arresto di Binda

Nel 1987 Lidia Macchi era una studentessa 21enne di Comunione e Liberazione: il 7 gennaio il suo cadavere martoriato era stato trovato a Cittiglio, in provincia di Varese, divelto da 29 coltellate.

Ad incastrare Binda, diversi anni dopo la morte, sarebbe stata una lettera anonima, ricevuta dalla famiglia il giorno del funerale di Lidia, che alcuni esperti avevano considerato dalla scrittura compatibile con quella dell’uomo. Inoltre, il suo alibi per la sera dell’omicidio non era stato ritenuto plausibile. Al tempo, secondo gli inquirenti, Stefano Binda aveva violentato e ucciso Lidia in quanto la ragazza si era concessa sessualmente in circostanze precedenti, tradendo gli ideali religiosi da lui condivisi.

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