Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Ci sono cose che non possiamo sempre controllare, e l’attività del parlato è una di queste. Il parlato è un’attiva sporca, spontanea, non pianificabile. Se sbobinassimo una conferenza, una lezione di un qualsiasi insegnante o autorevole linguista, noteremmo le numerose imperfezioni e inutili ripetizioni che questi compierebbero durante la comunicazione orale.

La lingua parlata è più complicata di quella scritta, non si può più di tanto riflettere su quello che si deve dire; non si può cancellare o cercare un termine migliore e più valido di quello che si è appena pensato.

Per questo nelle grammatiche si parla spesso di italiano scritto e di italiano parlato come due mondi che se non hanno regole diverse, hanno sicuramente ruoli diversi e un campo espositivo differente.

Quindi, per forza di cose, l’errore nel parlato ha un peso diverso rispetto a un errore nello scritto. Commettere un errore nel parlato è un peccato che colpisce molti, ci può stare, ci si può scusare e tornare indietro cambiando quello che si è detto, ma soprattutto ci si può autocorreggere in tempi brevi; un errore nello scritto, invece, resta lì, nero su bianco, come un tatuaggio indelebile che ci siamo pentiti di aver fatto.

Gli errori di Di Maio e quelli di Conte

Introduciamo il tema odierno: qualche settimana fa, il politico Luigi Di Maio, intervistato da Lucia Annunziata, nella trasmissione “Mezz’ora in più”, ha sbagliato un congiuntivo nel periodo ipotetico, facendo stracciare le vesti degli oppositori e allo stesso tempo creando imbarazzi tra i suoi sostenitori.

A Luigi Di Maio, si sa, non gli si perdona oltre alla ricaduta nell’errore linguistico, anche il suo scarno percorso di studi (i detrattori gli rimproverano di non avere una laurea) e il non aver “mai” lavorato.Accanimento insolito e spesso ingiustificato, anche perché prima di lui e nello stesso periodo di attività politica, senza andare troppo indietro nel tempo, hanno sbagliato altri, tanti, come l’ex primo ministro, il professor Giuseppe Conte, che è scivolato almeno due volte sul congiuntivo, senza però suscitare lo stesso clamore.

Chi non ha peccato scagli la prima pietra

L’errore è una questione di curriculum? L’errore colpisce solo gli impreparati o coloro che non “sanno” l’italiano? No. L’errore è qualcosa di umano, di naturale, che va preso per quello che è: un’imprecisione e una trasgressione momentanea alla regola, che in una precisa situazione, durante la produzione di un testo scritto o parlato, può colpire chiunque per i motivi più disparati, non tutti frutto dell’“impreparazione” o dell’“ignoranza” del parlante e dello scrivente.

E questo può capitare quando si cerca di alzare il proprio registro linguistico nel parlato, e si usano forme che non si è abituati a usare quotidianamente, rischiando così di cadere nell’errore.

Analizzeremo il passo incriminato non per ergerci a infallibili fruitori della lingua (anche perché è sempre facile fare gli esperti da casa tranquilli e seduti sul divano), ma solo per amore dell’italiano e per indicare al lettore un’altra via per salvare la faccia, qualora non volesse cadere in uno sbaglio simile.

 

Quell’imperfetto di Luigi Di Maio

L’esponente del Movimento 5 stelle nell’intervista dice, scegliendo con cura la parola che apre il periodo ipotetico: “Qualora Renzi staccava la fiducia al governo, non ci sarebbe stata la possibilità di ritornare con Renzi”. Perché l’ipotesi espressa non è grammaticalmente corretta?

Il qualora usato nella prima parte della frase (tecnicamente chiamata pròtasi), obbliga il parlante a usare un registro più sorvegliato, ovvero di usare un congiuntivo trapassato, avesse staccato, e non l’indicativo imperfetto staccava, comeDi Maio ha fatto.

Mentre, nella seconda parte della frase (tecnicamente chiamata apòdosi) è corretto il condizionale passato ci sarebbe stata.

Leggi anche: “L’importanza delle congiunzioni a inizio periodo”

In alternativa possiamo usare, con moderazione e nel parlato, anche la formula del periodo misto e quella del doppio indicativo imperfetto. Se Di Maio avesse sostituito il “qualora” con il “se”, nessuno gli avrebbe potuto dire nulla: Se Renzi staccava la fiducia al governo, non ci sarebbe stata la possibilità di ritornare con Renzi.

Oppure, fuori dal caso Di Maio, per i più audaci e per gli amanti del linguaggio breve e informale, esiste, come abbiamo accennato, anche la possibilità di usare il doppio imperfetto indicativo (opzione non amata da tutti), sia nella pròtasi sia nell’apòdosi, per giustificare, ad esempio, la nostra assenza a una festa di compleanno:
‒ Perché non sei venuto alla mia festa?
‒ Se lo sapevo, venivo.

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