Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Mentre la crisi di governo imperversa e le peripezie linguistiche dei nostri governanti sono sempre al centro della nostra attenzione, ho pensato di fare una digressione su alcune parole e frasi che potrebbero averci detto sin da bambini e che potrebbero aver lavorato contro di noi. Cari mamme e papà di tutto il mondo, preparatevi dunque all’elenco degli anatemi che avete pronunciato senza essere consapevoli del loro effetto e soprattutto a fare i conti con i vostri sensi di colpa, quando scoprirete che cosa vogliono dire davvero alcune frasi. Con una parentesi: le buone intenzioni, qui, non contano nulla.

Contano solo i risultati. Quel che voi “Intendevate” o quel che voi “volevate” o “non volevate” dire, non è rilevante. E non è rilevante nemmeno il fatto che, all’atto del lancio dell’anatema, voi steste scherzando o ironizzando: ironia e sarcasmo non sono materia di questo articolo. Gli effetti delle parole sul cervello umano e sulla nostra vita, invece, sì.

I grandi classici: le parole che ti ho detto

Tra i grandi classici, abbiamo uno degli anatemi più incisivi nella storia degli anatemi: sei un bambino (o una bambina) cattivo (o cattiva)!

Si tratta di una frase che di solito è pronunciata con uno scatto di ira e che va a incastrarsi nel senso di identità del bambino, che quindi pensa di essere cattivo o cattiva.

Non di aver fatto qualcosa di sbagliato, come sarebbe eventualmente corretto fargli notare, ma di essere proprio cattivo o cattiva. Il verbo essere ha questa funzione totalizzante: appiccica etichette. Sei disordinat*, sei cattiv*, sei un pasticcion* e così via: etichette pesantissime, di cui poi da adulti facciamo così fatica a liberarci.

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Altro grande classico, che a questi di solito s’accompagna, è quello che riguarda le capacità che noi abbiamo e che dovremmo esprimere per poter ottenere risultati nella vita.

Da questo punto di vista, i genitori possono spezzarci l’autostima in mille modi diversi.

I più delicati ci dicono che “non combiniamo mai nulla di buono”, limitando i danni al momento presente. Che è un brutto danno, ma gestibile. I più perversi, invece, ci prefigurano uno scenario in cui questa cosa è reiterata e ripetuta: “non combinerai mai nulla di buono nella vita”, con questa proiezione futura davvero funesta.

I genitori buddhisti, infine, o comunque coloro che credono nella reincarnazione, potrebbero persino spingersi a dire “non combinerai mai nulla di buono nella vita, e nemmeno nelle prossime”.

Ma si tratta, per l’appunto, di un livello di inflizione davvero poderoso e per fortuna non così consueto.

Come instillare il senso di colpa nei figli

Fra gli anatemi più produttivi di senso di colpa abbiamo, al primo posto, il terribile: “se fai così la mamma/il papà è triste”, che di fatto attribuisce al bambino la responsabilità della felicità dei propri genitori e lo condanna a una vita di conflitti: ma se faccio così, papà o mamma staranno bene o male? E lo condanna anche a una vita di deduzioni inutili: immaginate un figlio che un bel giorno torna a casa e vede la mamma o il papà tristi, magari perché sul lavoro hanno avuto una giornata storta.

Che cosa penserà quel bambino?

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Se la regola è “se fai così la mamma/il papà è triste” e poi la mamma/il papà è triste, quanto tempo ci vuole perché il bambino si chieda “che cosa ho combinato”? E questo, se sei figlio unico. Perché se hai la fortuna di avere un fratello o una sorella, la potenza del senso di colpa, sapientemente miscelato al senso di disistima personale, può essere ampliata da frasi come “guarda tuo fratello/tua sorella!

Lui/Lei sì che sa comportarsi!” oppure, “lui/lei sì che mi vuole bene!”.

Non ve lo aspettavate, vero? Pensavate forse che si trattasse di un peccato veniale? Nessun peccato linguistico è veniale, nemmeno la minaccia “se non ti comporti bene viene l’uomo nero”, con tutte le ripercussioni che una frase del genere può provocare su un cervello che sta plasmando se stesso sulla base delle informazioni che riceve.

And the winner is…

C’è sempre un vincitore, quando si tratta di anatemi. Il più brutto dei brutti. Direi “il più pessimo”, se non temessi che il mio amico Manolo Trinci non mi lasciasse una scatoletta di pelati in testa.

ll vincitore di questa gara al ribasso è: “nessuno ti vuole bene come la mamma”, oppure, nella sua variante futurologa, “nessuno ti vorrà mai bene come la mamma” oppure, nella sua variante futurologa e un po’ più morbosa, “nessuno ti amerà mai come la mamma” frase che, detta a un bambino o a una bambina, è probabilmente il peggiore degli incantesimi.

Che cosa vuol dire che nessuno ti vuole o ti vorrà bene come la mamma? Anzitutto, che la mamma travalica il suo ruolo e che utilizza il figlio come oggetto dei suoi desideri o come oggetto di sfogo delle sue frustrazioni coniugali.

Poi, che il bambino o la bambina che ricevono tale orripilante messaggio vivranno una vita costantemente infelice, poiché nessun partner sarà mai all’altezza di un amore tanto grande, tanto immenso, come appunto quello della mamma.

La verità, invece, cari bambini bullizzati da queste mamme che vi glorificano in apparenza e in realtà di condannano, è che ci saranno un sacco di persone che vi ameranno anche più della mamma, magari in modo diverso, ma di sicuro tantissimo. Quindi, al di là della festa dei cioccolatini, ricordatevi questo: le parole sono importanti, soprattutto quelle dei genitori. Val la pena sceglierle bene o, nel dubbio, tacere.

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