emanuele di terlizzi bare bergamo morti covid

Il 18 marzo è giorno delle bare di Bergamo“, sono state le parole pronunciate in questo momento dal sindaco della città di Bergamo, Giorgio Gori che ha appena parlato nel corso della cerimonia prevista per oggi, Giornata nazionale in memoria delle vittime del Coronavirus. Una cerimonia simbolica a cui ha preso parte anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, arrivato nel Cimitero monumentale della città, la più colpita dall’epidemia ma anche simbolo di resistenza e di abnegazione.

E proprio come ricordato da Gori, oggi è il giorno in cui veniva scatta quella fotografia drammatica, destinata a rimanere nella storia: quella fotografia scattata da Emanuele dove si scorgevano, nel silenzio del lockdown, i mezzi dei militari attraversare la città con a bordo i feretri, i primi morti di Covid.

Bergamo, un anno dopo la fotografia di mezzi dei militari che trasportano i primi morti di Covid

È trascorso un anno esatto da quella drammatica immagine, la prima forse vera palpabile fotografia simbolo dell’epidemia di Coronavirus, il primo vero contatto con una realtà che ancora, un anno fa, si faceva fatica a comprendere. Erano le prime settimane in cui si parlava di Coronavirus, di zone rosse, di distanziamento sociale, di nemico invisibile e quella fotografia, quei mezzi militari che sfilavano nel silenzio rotto dalle sirene delle ambulanze sono stati i primi veri e palesi simboli di una guerra che senza sangue, senza rumore, era scoppiata, stava scoppiando.

Emanuele Di Terlizzi, il 28enne che scattò la fotografia dal terrazzo di casa sua

28 anni e l’illusione tra se e se, che quei militari arrivassero a “rinforzo“, quella speranza che forse potevano essere il frutto di un eccesso di buon senso o di zelo e non necessari, non così necessari. Dietro l’obiettivo della fotocamera, quella sera del 18 marzo scorso, c’era Emanuele Di Terlizzi, un giovane assistente di volo per la compagnia Ryanair di origine campana che viveva a Bergamo da nemmeno 3 mesi.

Erano le nove, sentivo un rumore molto forte – racconta di quella sera Emanuele a Il Corriere di BergamoHo due balconi, così quando ho visto un’auto dei carabinieri ferma esattamente all’incrocio, mi sono spostato incuriosito sull’altro terrazzo. La scena era surreale“.

Il prima e il dopo dell’epidemia, il sogno di una normalità a cui non ritorneremo più

E prima di quella sua fotografia, l’epidemia, la pandemia che stava affliggendo il mondo sembrava un po’ surreale a tutti, un brutto sogno a cui nessuno voleva credere fino in fondo convinti che tutto, presto, sarebbe tornato “normale”.

Quel “normale” che per mesi abbiamo ripetuto insieme al verbo “ritorneremo”, per arrivare oggi, a distanza di un anno, a comprendere che forse a tutto quello che eravamo prima di questa fotografia, non torneremo più perché quello che abbiamo vissuto e che stiamo continuando a vivere, ci ha cambiato.

Toglie il fiato. Ti rendi conto che è vero tutto quello che dicono i media. É un po’ come avere la realtà dei fatti spiattellata in faccia“, racconta Emanuele che dopo aver scattato la foto la invia ai suoi amici su WhatsApp.

Una fotografia che in pochi istanti, fa il giro del mondo. “Mi hanno scritto da ogni parte del mondo. Non solo giornalisti, soprattutto persone spaventate, da posti impensabili come la Colombia o l’Indonesia. Non è qualcosa che si vive tutti i giorni: è come vedere uno scenario di guerra“.