Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Il termine inglese catcalling, nelle scorse settimane, ha fatto prepotentemente il suo ingresso nelle nostre vite, dopo che Aurora Ramazzotti ha raccontato dal suo profillo Instagram, le molestie subite mentre si allenava per strada. Per molti è una parola nuova e sconosciuta, ma quello che indica e rappresenta non lo è affatto.

Catcalling: che cos’è

Per catcalling (anche cat calling o cat-calling) si intendono tutte quelle “attenzioni” verbali, urlate o sussurrate, che una donna è obbligata a subire quando cammina da sola per strada: Il fischio, la strombazzata del clacson, “sei bona!”, “che tette!”, “che culo!”, “che te farei!”, “vieni qui”, ecc.

Obbligata. Badate bene. Perché queste micro molestie verbali vengono sferrate senza un preavviso da soggetti sconosciuti, che a volte sono anche difficili da individuare: non ci si accorge neanche di essere osservate e puntate, e loro, come dei cecchini, potrebbero essere appostati ovunque, perfino sul balcone di una abitazione o dentro un’automobile parcheggiata chissà dove.

La povera malcapitata sa che nel momento in cui metterà un piede fuori dal portone di casa, il suo spazio potrebbe essere invaso e violato da un perfetto sconosciuto di qualsiasi età, il quale potrebbe sferrarle addosso un giudizio estetico non richiesto.

Non richiesto. Badate bene. È una vera e propria imboscata linguistica, un atto rozzo, indelicato ed egoista. Che non serve a niente, se non a esternare pubblicamente la propria voglia di sesso e a volte a tenere alto il vessillo dalla mascolinità davanti ai propri amici. Ma soprattutto, cosa più importante dell’intera questione, fa sentire l’altra persona in imbarazzo, a disagio, sorpresa, segnandola così con il ricordo a vita di una brutta esperienza, anche perché chi compie questi atti, di solito, non è né Chris Evans né il Duca di Hastings.

Catcalling: la reazione delle donne

Vi posso garantire che neanche la donna più libera sessualmente, che vada alla ricerca di legittimi rapporti occasionali, si fermerebbe mai e si concederebbe dopo essere stata fischiata da un perfetto sconosciuto. Anzi, la prima reazione è quella di allungare il passo (soprattutto se è sera), di prendere il cellulare in mano e di cercare lo spray al peperoncino nella borsa. Al massimo quello che un pappagallo, come venivano chiamati una volta questi soggetti (se a qualcuno non piace il prestito inglese, potrebbe sostituirlo con pappagallismo), può raccogliere da un comportamento del genere è avversione, ribrezzo, compassione e suscitare un senso di imbarazzo in chi assiste alla scena (il famoso effetto cringe).

Molti uomini (ma anche donne) minimizzano il fenomeno parlando di esagerazioni e paragonando queste “attenzioni” a dei complimenti o a delle goliardie, perché non si può più dire niente!, si è sempre fatto!, e fattela ’na risata, no? Chi non riderebbe a dei commenti a sfondo sessuale di un sessantenne nei confronti di una ragazza che aspetta sola soletta il suo autobus che arrivi a salvarla?
Se poi esiste una minoranza femminile che ama questo tipo di attenzioni, non è una giustificazione per continuare a farlo, non si può di certo sparare nel mucchio sperando di trovare “quella buona”, quella che si fa una risata e che ci sta.

E se incontrassi la donna della tua vita?

Non può davvero essere normale che degli emeriti sconosciuti indiscriminatamente fischino a caso (dopo averlo fatto chissà quante volte) a ogni corpo femminile che vedono muoversi, a volte non accorgendosi che quel corpo ha la stessa età della figlia che va al liceo. Non fischio te perché mi hai colpito per una determinata caratteristica fisica, per gli occhi azzurri, per il bel sorriso, ecc., ma fischio te in quanto esponente dell’altro sesso, in quanto il tuo corpo è la chiave per ottenere un piacere sessuale fine a sé stesso, perché vorrei soddisfare un bisogno immediato che non tiene conto in alcun modo del tuo parere, della tua volontà, della tua sensibilità, del tuo gusto e della tua voglia in quel momento di essere invasa da un mio giudizio.

In quell’istante, la tua identità cessa di esistere, il tuo nome non ha nessuna importanza, il tuo giudizio ancor meno, sei solo un bel corpo, non conosco nulla di te, non so come parli, né che voce hai, né come sorridi, non c’è tempo per tutto questo, ho solo voglia di prenderti, di accoppiarmi con te, di divertirmi, di sfogare le mie frustrazioni e di ritornare alla mia esistenza. È questo il messaggio sotterraneo che passa quando ci si comporta in quel modo.

E se proprio uno viene folgorato, vede passare la donna della sua vita davanti ai suoi occhi e le vuole parlare, via i fischi, via le urla da un marciapiede all’altro, via i commenti banali e rozzi. Ci si avvicina con educazione e tatto, salutando prima, scusandosi poi, visto che si sta invadendo lo spazio di un’altra persona e la si sta trattenendo dai suoi impegni, e le si chiede se le va di ascoltare. Se la risposta è sì, bene; altrimenti giri i tacchi e te ne vai.

È troppo? Non credo. La donna della propria vita non passa mica tutti i giorni.