chico forti detenuto negli stati uniti

Le parole di Gianni Forti, zio di Chico Forti, riportano sotto i riflettori la vicenda dell’imprenditore triestino detenuto da più di 20 anni negli Stati Uniti. Il 23 dicembre il Ministro degli Esteri Luigi di Maio aveva annunciato il ritorno di Forti in Italia, ma da allora la procedura sembra essersi interrotta ancora una volta. Interviene anche la ministra della Giustizia Marta Cartabia, che ha inviato una lettera per sollecitare il Dipartimento di Giustizia statunitense.

Chico Forti, l’appello dei familiari: “Isolato dal mondo”

Chico ormai è allo stremo. Sì è vero, è un combattente nato. Ma stavolta è al limite – è l’appello disperato dello zio di Chico Forti all’AdnkronosIn questi mesi di pandemia, abbiamo avuto anche problemi a sentirlo con continuità.

È isolato dal mondo“.

Gianni Forti continua: “Poco prima di Natale dell’anno scorso, il ministero degli Esteri aveva annunciato che il trasferimento in Italia ormai era cosa fatta. Bene, ad oggi solo silenzio. Questa tragedia familiare, oltre che giudiziaria, non ha fine. A questo punto siamo costretti a chiedere al governo risposte certe”.

I ritardi nel rimpatrio di Chico Forti

Chico Forti, detenuto nel Dade Correctional Institution di Florida City e condannato all’ergastolo per omicidio, sarebbe trattenuto negli Stati Uniti a causa di un problema burocratico.

Inizialmente, infatti, il Governatore della Florida aveva accettato concedere a Chico i benefici della Convenzione di Strasburgo e di essere quindi trasferito in Italia, ma i documenti del Dipartimento della Giustizia statunitense non sarebbero mai arrivati al Ministero della Giustizia italiano.

Queste carte sono necessarie per la commutazione della pena e quindi per il trasferimento in Italia. “Lo aspettavamo il 14 febbraio per il compleanno della mamma che ha compiuto 93 anni, poi a Pasqua, infine a maggio – commenta Gianni Forti durante l’intervista – Invece, ancora niente.

Siamo fermi al palo“.

Chico Forti, l’appello della famiglia al Ministero della Giustizia

I contatti tra Chico Forti e la famiglia sono sporadici, perché è detenuto in un carcere statale in isolamento quasi totale. La pandemia ha contribuito a rendere le comunicazioni ancora più difficili e rade. “Se il governo italiano non sollecita gli americani, loro di certo non si fanno prendere dalla fretta – prosegue Gianni Forti nel suo appello, affinché questa vicenda non venga dimenticata ancora una volta – La Farnesina ha fatto il suo lavoro, ora deve farlo il Ministero della Giustizia.

Se la prima lettera alle autorità americane non ha avuto risposta, spero che la ministra Cartabia ne invii un’altra. Ormai le mail di Chico arrivano a singhiozzo”.

La ministra della Giustizia scrive al Dipartimento di Giustizia

L’appello della famiglia di Chico Forti è stato raccolto dalla ministra Marta Cartabia che ha scritto al “Dipartimento di Giustizia americano e per l’esattezza all’attorney general, signor Merrick B. Garland“, come recita la nota del Ministero della Giustizia.

La Ministra – che già ai primi di marzo aveva scritto al Governatore della Florida – è tornata ad occuparsi del caso, chiedendo stavolta l’interessamento personale dell’attorney general, Merrill B.

Garland, nell’auspicio che il connazionale Forti, dopo oltre 20 anni già trascorsi in carcere in America, possa essere trasferito quanto prima in Italia, per scontare la pena nel suo paese d’origine“.

Chico Forti, perché è stato condannato all’ergastolo

Enrico “Chico” Forti, nato a Trieste nel 1959, è stato velista, imprenditore e produttore televisivo. Si era trasferito in Florida negli anni ‘90 dopo aver vinto una cospicua somma di denaro al programma televisivo Telemike, e negli Stati Uniti aveva formato una famiglia.

Nel 1998, però, fu accusato di aver ucciso Dale Pike.

Pike si recò a Miami per trattare con Chico Forti l’acquisto del Pike Hotel di Ibiza, di proprietà del padre Tony Pike e centro della movida dell’isola. Dale, però, fu trovato morto su una spiaggia di Miami poche ore dopo. Era il 15 febbraio e Forti fu indagato e interrogato senza un avvocato, una violazione che avrebbe dovuto rendere nulle le prove acquisite, secondo il diritto americano.

L’imprenditore è stato condannato nel 2000 nonostante ci sarebbero stati i dubbi sul movente e non siano state trovate tracce del DNA e di impronte sul luogo del delitto. Chico Forti si è sempre dichiarato innocente e in passato si è anche sottoposto volontariamente alla macchina della verità per dimostrare la sua estraneità all’omicidio.