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Riforma della giustizia del ministro Cartabia: cosa prevede, dalla durata dei processi ai reati gravi

Cosa prevede la riforma della giustizia di Marta Cartabia, dalla durata dei processi alla improcedibilità, al regime per i reati gravi
Riforma Giustizia: cosa prevede

La riforma della giustizia penale del ministro Cartabia è approdata alla Camera dopo una lunga discussione e riguarda i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, ovvero quelli successivi all’entrata in vigore della riforma firmata dall’ex Guardasigilli, Alfonso Bonafede. Prevista una fase transitoria fino alla fine del 2024, per consentire agli uffici giudiziari di organizzarsi.

Riforma della giustizia Cartabia: quali reati riguarda e la durata dei processi

Dopo l’accordo in Cdm sul testo della riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia, il testo è approdato alla Camera e in Aula, su ognuno dei due articoli, il Governo ha posto la fiducia.

Sono state bocciate le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni e ora si attende il voto di fiducia sui due maxi-emendamenti.

La riforma riguarda i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020 e l’entrata in vigore sarà graduale, con una fase transitoria fino alla fine del 2024. Entro il 31 dicembre dello stesso anno, i termini saranno più lunghi per tutti i processi (3 anni in Appello, 1 anno e 6 mesi in Cassazione) con possibilità di proroga (che deve essere motivata dal giudice): fino a 4 anni in appello (3+1 proroga) e fino a 2 anni in Cassazione (1 anno e 6 mesi + 6 mesi di proroga) per tutti i processi in via ordinaria.

Nella nota di Palazzo Chigi si specificano alcune novità introdotte rispetto al testo della riforma del processo penale approvato già 2 volte all’unanimità dal Governo: “Si prevede che per i primi 3 anni di applicazione della riforma, la durata del processo d’Appello si estende per un ulteriore anno e quella del processo per Cassazione di ulteriori 6 mesi“.

Dal 1° gennaio 2025, la riforma prevede che in Appello i processi possano durare fino a 2 anni più una proroga di massimo 1 anno.

In Cassazione, invece, prevista durata di 1 anno con proroga di 6 mesi. Per l’aggravante mafiosa, previste al massimo 2 proroghe in Appello (di un anno ciascuna e sempre motivate) e massimo 2 proroghe in Cassazione (di 6 mesi ciascuna e sempre motivate).

In linea generale, dunque, dopo la sentenza di primo grado è mantenuto il principio del ddl Bonafede sul blocco della prescrizione, ma con l’obbligo di concludere l’Appello in 2 anni e di chiudere il processo in Cassazione in 1 anno.

In caso di mancato rispetto dei termini, scatta la “prescrizione processuale”: il processo decadrà (non il reato) insieme alla sentenza e si avrà l’improcedibilità. Uno spettro dal quale restano esclusi i reati puniti con l’ergastolo, imprescrittibili. Previsto anche un Comitato tecnico scientifico ad hoc, presso il Ministero della Giustizia, che ogni anno avrà il compito di monitorare e riferire sullo smaltimento dell’arretrato e sui tempi di definizione dei processi.

Riforma della giustizia: cosa prevede per reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale, droga

Per alcuni reati in particolare è previsto un regime diverso, senza limite al numero di proroghe, come si legge nel comunicato di Palazzo Chigi: “Si prevede che per taluni reati, in particolare per i reati di associazione mafiosa, scambio politico mafioso, associazione finalizzata allo spaccio, violenza sessuale e reati con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico, i giudici di Appello e di Cassazione possano con ordinanza, motivata e ricorribile in Cassazione, disporre l’ulteriore proroga del periodo processuale in presenza di alcune condizioni riguardanti la complessità del processo, il numero delle parti e delle imputazioni o per la complessità delle questioni di fatto e di diritto.

Per i reati aggravati di cui all’articolo 416 bis, primo comma, la proroga può essere disposta per non oltre 2 anni”. 

Tra gli emendamenti approvati, quello di Lucia Annibali (Iv) che prevede l’arresto in flagranza per il marito o ex marito violento che viola i provvedimenti di allontanamento dall’abitazione familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

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