Cronaca dal Mondo

11 settembre, l’inferno di Ground Zero: “Vederlo in televisione non è stato lo stesso che vederlo dal vivo“

Il racconto in esclusiva a The Social Post di uno dei migliaia di volontari che ha passato quasi tre giorni a scavare tra le macerie di Ground Zero
L'11 settembre raccontato da un volontario dell'emergenza a The Social Post

L’11 settembre 2001 ha lasciato in eredità una grande quantità di immagini, video e fotografie che si sono unite al coro di testimonianze di quel drammatico giorno. Chi c’era, chi ha ricordo del Giorno dell’Emergenza-Emergency Day, ancora oggi è in grado di dire perfettamente che cosa stava facendo prima, durante e dopo.

La maggior parte delle persone sono rimaste ore e ore incollate davanti al televisore ad assistere a quelle dirette continue, cariche di terrore e lacrime. Di quel martedì, e dei giorni che lo hanno seguito, restano anche le storie fatte di eroi comuni, vigili del fuoco, poliziotti, paramedici, medici, infermieri, soldati, ma anche semplici cittadini che hanno scelto di mettere a rischio la propria vita e la propria salute pur di fare qualcosa per aiutare.

Tra queste storie, The Social Post ha deciso di raccontarvene una in esclusiva, quella di Stephen Bosso, uno dei tanti volontari ribattezzati a posteriori “Angels”. Lui è stato lì per 3 lunghi giorni, e ancora oggi, a tratti con gli occhi lucidi, ricorda esattamente ogni singolo momento, suono, odore vissuto.

Il ricordo dell’11 settembre 2001

Stephen aveva 28 anni quando ci sono stati gli attentati dell’11 settembre.

Nato e cresciuto a New York, quella mattina lui e sua moglie avevano scelto di restare a casa per passare del tempo insieme. Una decisione, si può dire, provvidenziale dato che Diana, la moglie di Stephen, lavorava come receptionist presso le palestre interne all’istituto JP Morgan&Chase, facendo la spola tra gli uffici del World Trade Center e quelli di Times Square.

Alle 9 di mattina dell’11 settembre non sapevano cosa stesse succedendo in città, finché il telefono non ha iniziato a suonare ininterrottamente: “Ho risposto al telefono e mi hanno detto di accendere la televisione, ‘Dove sei?

Ci stanno attaccando i terroristi’ a quel punto ho messo giù la cornetta e ho acceso la televisione“. Ricordando quei momenti, Stephen ci ha detto che è come se il tempo si fosse fermato; lui e sua moglie se ne stavano lì a guardare immobili la televisione: “Il telefono non funzionava e le comunicazioni erano difficili. Noi però eravamo a casa, e sapevamo che i nostri amici e famigliari in quel momento erano al sicuro“.

Ad un certo punto però, qualcosa è scattato, è stata un’immagine diventata tragicamente iconica, e tristemente rievocata durante le evacuazioni di Kabul: i Falling Men.

È stato in quel momento che Stephen ha capito che non poteva più solo restare a guardare: “Verso le quattro del pomeriggio ho visto quelle persone lanciarsi dalle Torri, mi sono sentito male e ho capito che dovevo fare qualcosa, così ho detto a mia moglie che sarei andato lì“.

“Ho visto i Falling Men e ho capito che dovevo fare qualcosa”

Quelle persone lì mi hanno fatto impressione, mi sono messo a piangere, lui era uno chef, si è proprio tuffato. Ho pianto perché ho capito che ha scelto di tuffarsi di testa per morire prima“, ha ricordato Stephen a The Social Post.

Spiegando meglio che cos’è stato ad averlo colpito così tanto: “E poi, vedere le persone lanciarsi tenendosi per mano abbracciandosi... se tu pensi a tutto quel calore lì sopra, così alto da spingere una persona a preferire di buttarsi nel vuoto e morire piuttosto che aspettare la morte…”.

Quando gli aerei sono andati a schiantarsi contro le Torri, a causa del carburante e dell’impatto si sono sviluppati due massicci incendi che hanno immediatamente trasformato entrambe le strutture in due forni: “Faceva così caldo che alcune persone sono state incenerite all’istante.

Vederlo in televisione non è stato lo stesso che vederlo dal vivo“; per questo molte persone si sono gettate dai piani più alti. Stephen ha detto che quelle persone, che hanno scelto come morire, meritavano forse più rispetto di chi era lì per soccorrere: “Io non ho fatto niente, quella gente meritava più rispetto e applausi per me“.

Il viaggio all’inferno di Ground Zero

Intorno alle quattro del pomeriggio quindi, a quasi 8 ore dallo schianto, Stephen decide di intraprendere il viaggio all’inferno di Ground Zero, dove ormai non c’erano altro che detriti. Il tempo scorreva a una velocità differente, lento e veloce allo stesso tempo; insieme a lui c’erano altri ragazzi del quartiere, amici, Pete (Peter) un poliziotto di strada e Robert, un vicino di casa.

Hanno preso la macchina e sono arrivati fin dove hanno potuto, poi hanno proseguito a piedi e senza accorgersene erano in piedi a scavare tra le macerie, bianchi di calce, ceneri e polveri dalla testa ai piedi. “Ho cominciato a scavare, ero in cima alle macerie, ad un certo punto mi sono guardato intorno e mi sono reso conto di essere al di sopra del livello della strada, 10 metri circa, ero a 10 metri di altezza e stavo scavando!“, ha raccontato Stephen.

Alcuni scatti da Ground Zero l'11 settembre 2001
Immagine di repertorio
Alcuni scatti da Ground Zero l’11 settembre 2001
Immagine di repertorio

Il dramma delle vittime e dei dispersi

Tra le 2’977 vittime dell’11 settembre, più di 300 appartenevano a personale di soccorso e medico: “Dopo tre ore che eravamo lì, ho incontrato questo vigile del fuoco, piangeva, era disperato, perché non trovava suo fratello anche lui vigile del fuoco. Così ho iniziato ad aiutarlo. Mentre scavavamo abbiamo trovato solo il casco con il nome e una scarpa“. Stephen ha detto che quello è stato il primo momento in cui si è sentito mancare la terra sotto i piedi, un nodo alla gola e la necessità di bere dell’acqua; quando quel vigile del fuoco ha ritrovato solo quei resti di suo fratello è crollato su di lui. “Un omone che si è fatto piccolo. Sono scoppiato a piangere nel vedere quest’uomo così grande crollare disperato. Sono rimasto con lui finché non si sono avvicinati altri soccorritori. Solo a quel punto, vedendolo con ‘la sua famiglia’ mi sono fatto da parte tornando a scavare ancora“.

La ricerca dei dispersi è stato forse il momento più terribile degli attentati di New York, perché di molte persone non è stato possibile recuperare corpi integri, di alcuni restavano solo poche tracce, indumenti, sangue… “C’erano tanti libri sporchi di sangue. Ovunque si sentiva l’odore di carne bruciata, ancora oggi lo sento” ha detto ancora Stephen.

Alcuni scatti da Ground Zero l'11 settembre 2001
Immagine di repertorio
Alcuni scatti da Ground Zero l’11 settembre 2001
Immagine di repertorio

Abbiamo trovato parti di corpi, corpi… Uno dei palazzi era quello di mia moglie Diana, siamo arrivati alla palestra di JP Morgna&Chase, lei lavorava alla reception della palestra. In quel poco che restava della struttura abbiamo messo i corpi creando un obitorio d’emergenza, perché anche se era un pezzo di vestito sporco di sangue, una parte di corpo o un corpo noi non volevamo che fossero abbandonati in mezzo alla strada, dovevano essere trattati con rispetto“.

L’odore della morte da Ground Zero a casa

Stephen è stato nel pieno dell’emergenza da martedì a giovedì, è tornato a casa solo un paio di volte, per poco tempo e senza entrare, come ha raccontato a The Social Post: “Sono tornato solo una volta a casa a cambiarmi, e mi sono spogliato davanti alla porta perché sentivo l’odore della morte e della carne bruciata tutto su di me. Quella è stata una delle esperienze che non dimenticherò mai. Non volevo che la mia casa si impregnasse di quell’odore e non volevo che mia moglie lo sentisse. Mi sono spogliato e lavato sull’uscio della porta, dopo due ore sono tornato a lavoro“.

Nei suoi ricordi di quei giorno, Stephen ci ha detto anche quanto fosse pericoloso stare tra le macerie: “Ogni volta che si saliva su un cumulo di macerie bisognava fare attenzione a non cadere in qualche buco, ad evitare di calpestare una vittima o di inciapare in qualche resto umano. Io e Robert eravamo insieme ad altri soccorritori a scavare su un edificio, quando ci hanno urlato di andarcene perché stava iniziando a crollare. Abbiamo inziato a correre, sembravamo ninja nel cercare di evitare di finire dentro una frattura, o calpestare una vittima...”

Quando hanno cominciato a partire via le macerie, i truck sono stati portati a Staten Island, e quando le macerie venivano svuotate in pile c’erano persone impegnate a cercare che tra quei residui ci fossero resti di esseri umani, vittime, così da identificare il dna, solo così è stato possibile indentificare più persone possibile”.

La solidarietà dei cittadini verso i soccorritori

Un altro dei momenti catartici dell’esperienza di Stephen a Ground Zero è stato quello dell’incontro con un’infermiera: “È stato uno dei momenti più emozionanti, ero seduto sull’angolo della strada, piangevo, lei era lì come infermiera, lavorava in un ospedale non molto lontano. Mi ha visto e mi ha chiesto di me, le ho raccontato che cosa ci facessi lì e lei mi ha portato al triage e mi ha detto come potevo aiutare lì. Da me venivano tutti coloro che non avevano bisogno di cure mediche, ma solo di qualcuno che si prendesse cura di loro sciacquandogli il viso sporco di cenere, cambiandogli le scarpe, i calzini, dandogli da bere o da mangiare“.

Oggi Stephen è volontario della Croce Rossa, impegnato in prima linea nelle situazioni di emergenza, in questi giorni è in Lousiana per aiutare le persone colpite dall’uragano Ida, ma ricorda esattamente quando ha capito che aiutare gli altri sarebbe stato il suo scopo nella vita: “Ho deciso che avrei lavorato con la Croce Rossa, loro insegnano come prendersi cura delle persone“.

Alcuni scatti da Ground Zero l'11 settembre 2001
Immagine di repertorio
Alcuni scatti da Ground Zero l’11 settembre 2001
Immagine di repertorio

In una situazione di emergenza come quella, ogni piccolo atto di gentilezza è stato fondamentale per i soccorritori, Stephen ricorda che già alle 6 di pomeriggio il perimetro intorno a Ground Zero era circondato di attrezzature e rifornimenti medici e di beni di prima necessità: “Molte persone sono andate al di fuori di Manhattan per comprare materie di rifornimento per tutti quelli impegnati nell’emergenza e le lasciavano lì, le persone semplicemente venivano e lasciavano le cose lì fuori del perimetro. Arrivavano svuotavano la macchina e tornavano indietro a comprare altro materiale“.

Molte delle persone che erano con me hanno tenuto qualcosa di quel giorno io non ho tenuto niente, ma mantengo forse l’unico ricordo che ancora adesso mi fa commuovere; è quando ogni giorno ci vedevano andare a casa o entrare e uscire dal perimetro e i cittadini, in silenzio, applaudivano in segno di gratitudine“.

L’ultimo giorno a Ground Zero

Il giovedì“, racconta Stephen, “È arrivata la Guardia Nazionale, hanno cominciato a dare carte di identificazione per tutte le persone che stavano aiutando e si trovavano nel perimetro. Siccome noi eravamo civili, non potevamo più restare. La security card era solo per infermieri, medici, ingegneri… quel giorno sarebbe stato l’ultimo per noi, anche perché venerdì sarebbe arrivato il Presidente Bush“. Stephen ha ricordato anche che anche lui sentiva che era il momento di andarsene, soprattutto perché l’arrivo del Presidente avrebbe aumentato i rischi di un nuovo attentato, “Il Presidente era qui ed era vulnerabile“.

Eppure non volevano andarsene così, lui e i due amici che erano con lui sentivano che non era ancora giunto il momento, “Così, con questo pensiero in mente, bianchi per le polveri e la cenere, siamo entrati per l’ultima volta a Ground Zero, ma la Guardia Nazionale ci ha fermati puntandoci i fucili. Robert mi ha detto di mettere le mani in alto, gli abbiamo detto chi eravamo e che ce ne volevamo andare. Vedendo che avevamo la faccia bianca, rigata solo dai solchi delle lacrime e del sudore come tanti altri come noi, i militari della Guardia Nazionale ci hanno lasciato continuare. Il loro capitano ha avuto compassione per il nostro amore per il prossimo, ci ha fatti restare e questo mi ha lasciato senza parole rispettando il loro gesto e il loro impegno, il giorno dopo saremmo comunque andati via“.

La fine dell’emergenza e il ritorno a casa

Il venerdì mattina Stephen e altri volontari civili hanno lasciato l’area perimetrata di Ground Zero, ma quello che è successo gli ha scaldato il cuore: “Quel venerdì mattina sapevano che il Presidente Bush sarebbe arrivato, così intorno alle 6 del mattino ce ne siamo andati. La Guardia Nazionale, la polizia, i medici.. tutti ci stavano applaudendo per ringraziarci, eravamo tutti un’unica cosa ed è stato bellissimo e commovente. Eravamo tutti diversi e tutti uguali, l’empatia e la compassione umana era tutta lì, ed è stato un momento che non dimenticherò. Mi sono sentito grato per tutto quell’amore che ho potuto dare loro semplicemente passandogli da bere, lavandogli le mani e il viso… e per come loro hanno ricambiato, permettendomi di farlo“.

Molto di quei giorni non ha mai lasciato la memoria di Stephen e di chi era con lui: “Peter, il poliziotto, per non so più quanto tempo non sentiva altro quell’odore“, mentre lui vede ancora in modo vivido quelle immagini dei Falling Men, e quei libri: “La cosa che più mi ha fatto impressione è stato quando ho visti i libri pieni di sangue. Erano libri enormi, pieni di sangue, non ne ho mai visto così tanto e non si vedeva nient’altro che sangue non c’erano resti di persone, solo sangue e tu ti chiedevi ‘l’ufficio sta più giù? le persone sono più giù? Dove sono le persone?’ Sono state giornate terribili“.

Questa è la storia del 9/11.

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