I due punti

Il galateo ha ancora senso? Come destreggiarsi tra pari opportunità, diritti e voglia di flirtare?

L'arte delle buone maniere ci dona aiuto nelle situazioni in cui non ci sentiamo sicuri, per inesperienza o perché a volte le emozioni possono confondere i pensieri
Flirtare come si fa

Viviamo i tempi dell’inclusione, ma per me anche questa parola trascina un concetto poco onesto: l’idea che esista qualcuno che ha diritto di includere qualcun altro che, nel frattempo, resta in attesa di essere giudicato se degno di far parte del gruppo dei giusti.

L’intento è sicuramente positivo, ma ricordiamoci che le parole determinano i nostri pensieri e questi i nostri comportamenti. Sarebbe sicuramente più efficace cambiare i verdetti che spesso vengono emanati variando anche le domande o, in tanti casi, iniziando a farsele, e sostituendo il giudizio con la curiosità verso le idee, le profondità, le fragilità e la bellezza dell’altro.

Ma anche chi è vestito di buone intenzioni spesso inciampa in stereotipi e pregiudizi. Allora come si fa? Cosa ci può aiutare ad andare oltre alla nostra educazione fallocentrica e maschilista? Come interagire con gli altri nel pieno rispetto di tutti? Io credo che la chiave sia la gentilezza e l’educazione.

Galateo in tempi di confusione

Ho iniziato a pensare da tempo alle regole di buone maniere, pur avendo coscienza del mio amore smisurato per il garbo e del mio timore, altrettanto senza misura, per le imposizioni generalizzate.

Poi, ho incontrato la “maestra” italiana del bon ton, Elisa Motterle e ho riso tantissimo con il suo libro “Bon Ton Pop” appunto, che tratta in modo serio di buone maniere in situazioni frequenti e che mi ha fatto molto più che sorridere perché nelle sue pagine ho rivissuto scene di vita quotidiana.

L’ho regalato a tutte le mie amiche single, che dopo ogni appuntamento rivolgono a me, chissà poi perché, domande complicate su chi paga al primo appuntamento, su quanto bisogna aspettare per spedire un messaggio, su come mostrarsi, in giusta misura, interessate a un uomo o una donna, conosciuto o conosciuta da poco.

E le mie risposte che puntano alla sincerità non vengono quasi mai accolte di buon grado e vengono seguite da osservazioni sul mio essere, ormai da tempo, fuori dai giochi.

Allora ho rivolto a lei queste domande, così saprò aiutare le mie confidenti al prossimo appuntamento, mischiando ovviamente i dubbi più gettonati al mio consueto tocco romantico, ribelle e naturalmente femminista.

Identità di genere e nuova etiquette

Raggiungo Elisa e iniziamo a parlare dello schwa e di come una lingua come la nostra, senza genere neutro, possa trovare un nuovo equilibrio.

“Gli * e lo schwa sono un fenomeno interessante, che ci dà prova di quanto i temi dell’educazione e del rispetto siano vivi, vegeti e in perenne evoluzione!


I più recenti dibattiti sull’identità di genere stanno ponendo tante questioni nuove in ambito di etiquette, non solo nell’uso del linguaggio. Certo che lingue come la nostra, in cui manca il neutro e la grammatica prevede l’uso del maschile sovra esteso rendono l’argomento quanto mai complesso da affrontare.“

Sicuramente è un tema complesso, che si accompagna anche all’intenzione, nella maggior pare dei casi, di non ferire nessuno e di valorizzare una buona educazione. Si può chiedere ad una persona che non conosciamo bene il genere di appartenenza o preferito?

Come preferisce che mi rivolga a lei?” è una domanda sempre lecita, anche se si usa più nello scritto (e online) che nel parlato. Su alcune piattaforme come Twitter e Linkedin, indicare anche il pronome inglese con cui si desidera essere indicati (he/him-she/her-they/them per i non binari o ancora they/she e they/he per le persone che accettano anche più di un pronome). Lo stesso vale per i disabili: possiamo chiedere loro se preferiscono il people first language (=persona con disabilità) o l’identity first (=disabile)”.

Uomini e donne: si possono ancora fare i complimenti?

Arriviamo a parlare di un altro argomento scivoloso, come lo definisce la Motterle nel suo libro: i complimenti. Si possono ancora rivolgere i nostri elogi ad un’altra persona, senza che questi vengano fraintesi? Su questo forse noi donne rischiamo meno, fare un complimento ad un uomo può essere interpretato per quello che è: un apprezzamento. Non sempre è vero a parti inverse, se a fare il complimento è un uomo il rischio che si corre è che si pensi che questo nasconda una malafede poco esplicita; malafede sostenuta purtroppo dalla storia, dalle molestie, dagli abusi e dalla violenza. Come possiamo allora poter rivolgere un apprezzamento ad un’altra persona trasmettendo con questo anche le nostre buone intenzioni? Insomma, i complimenti si possono ancora fare?

“Certo, ma vanno pensati. I commenti sul corpo sono sempre stati poco eleganti ma in quest’epoca storica sono del tutto fuori luogo. Body shaming, age shaming e discriminazioni in base alle caratteristiche fisiche sono argomenti all’ordine del giorno: evitare di commentare l’aspetto fisico delle persone è un modo di andare sul sicuro.
Oltre che di prendere atto che il corpo è solo un aspetto, e nemmeno il principale, delle persone che incontriamo. La cosa migliore, se possibile, è lodare qualcosa che la persona ha detto/fatto: ho trovato interessante la sua domanda alla conferenza, mi è piaciuto il suo intervento, la sua osservazione è molto puntuale.
Un modo intelligente di dimostrare agli altri che ci piacciono, senza fare complimenti diretti, è semplicemente interessarsi a loro. La nostra attenzione (autentica) è uno dei migliori e più preziosi regali che possiamo fare, soprattutto in quest’epoca così sovraccarica di stimoli.
Chiedere a qualcuno di descrivere, spiegare e raccontare il suo punto di vista credo sia oggi uno dei maggiori segnali d’interesse che possiamo dare”.

Cosa fare se il complimento è scorretto

E come mantenere educazione e un comportamento elegante nel caso in cui ci venisse rivolto un complimento non gradito?

La cosa più immediata, ma anche l’ipotesi più sottovalutata, è quella di ignorarlo semplicemente: dando a qualcosa la nostra attenzione automaticamente la rendiamo più importante, degna di nota.
Quindi se un apprezzamento non gradito arriva da un estraneo, il mio suggerimento è far finta di nulla e tirar dritto per la propria strada (io sono una grande fan del tacere, o quantomeno del scegliere con saggezza le proprie battaglie).

Se invece questi commenti arrivano da qualcuno che ci è vicino, possiamo:

  1. Chiedere di ripetere. Quando qualcuno dice qualcosa di fuori luogo magari l’ha fatto sovrappensiero. Chiedendo di ripetere costringiamo la persona a ripensare alle sue parole, e spesso accade che in quel momento, chi le ha pronunciate si renda conto di quanto fossero inopportune;
  2. Chiedere chiarimenti: non diamo per scontate le intenzioni dell’altro e, nel dubbio, proviamo a cercare un chiarimento, chiedendo: Come mai dice così? E con questo cosa vorrebbe dire? Come dovrei interpretare il suo commento?;
  3. Se il complimento è volgare o offensivo – e per qualche ragione si decide di non ignorarlo come suggerivo sopra – va messo un preciso stop dicendo qualcosa tipo “Non accetto che mi si parli in questo modo” – “Se si sta rivolgendo a me, la invito ad usare un lessico più consono” – “Mi perdoni, preferisco non parlare con chi urla/usa questi termini/fischia per strada” 

Galanteria, cavalleria e parità di genere

Mi è piaciuto molto il passaggio nel quale Elisa nel suo libro parla di galanteria, cavalleria e parità di genere, e soprattutto quando scrive di galanteria al di là del genere. Come si trova equilibrio tra questi aspetti?

La gentilezza è un valore da riscoprire tout court. La cavalleria invece è qualcosa di gener-specific, nella tradizione. Io credo che la cavalleria sopravvivrà, nella forma, ma magari ciò che cambierà sarà la logica con cui viene applicata. Non più come gesto esclusivo di riguardo per le signore ma in ottica molto più fluida, come già accade nelle coppie composte da partner dello stesso sesso, dov’è un’attenzione in più dedicata a una persona che si vuole far sentire speciale”.

«Ben vengano gli uomini che ti reggono l’ombrello sotto la pioggia, purché rispettino le tue scelte anche quando non sono in linea con le loro aspettative».

Elisa Motterle

Questa frase è molto bella e se a reggere l’ombrello fosse una donna?

Per me, nelle coppie, tutto è concesso, purché ci sia mutuo consenso.
Ovviamente da un punto di vista dell’etiquette tradizionale signora che, accompagnata da un signore, regge l’ombrello per entrambi sarebbe una cosa inusuale. Che attenzione, non vuol dire per forza sbagliata: le regole del galateo, benché abbiano un senso, non sono scolpite nella pietra.
Senza nemmeno scomodare il genere, pensiamo al caso in cui il signore è alto 1.50 e la signora 1.80. Ecco, in questa circostanza è ovvio che ombrello lo reggerà lei: le regole del galateo sono indicazioni pensate per facilitare la vita, non norme scolpite nella pietra con lo scopo di ingabbiarci.

L’idea che ho io è che siamo in un momento di trasformazione, o almeno mi auguro, che si accompagna anche a confusione su cosa è meglio fare e cosa, invece, è bene evitare per non urtare la sensibilità delle persone. Come comportarsi, dunque, per non cadere negli stereotipi della donna aggressiva, dell’uomo non rispettoso e di chi non ha ancora deciso?

Credo sia fondamentale riscoprire il valore dell’empatia, la capacità di mettersi realmente “nei panni degli altri” e immaginare che effetto possono avere le nostre parole/azioni.
Molto spesso quella che ci troviamo di fronte, a mio avviso, non è né maleducazione né cattiveria: purtroppo credo che spesso si tratti di sciatteria, di poca cura.
Dunque, oltre all’empatia, credo sia importante ri-cominciare a prendersi un po’ cura della forma, che non vuol dire farsi ingabbiare da forme e formule ormai sorpassate, ma prestare attenzione ai dettagli, mettendo cura e amore in ciò che si fa: dalla comunicazione in avanti
“.

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