Lilith e Eva

Gli ostacoli al diritto alla salute delle donne, tra violenza ostetrica ed esaltazione del dolore

8 marzo, Giornata Internazionale della Donna ma anche della salute di tutte le donne. A oggi, sono ancora troppo comuni i casi di dolori atroci trattati come sintomi di semplice stress, negazione di accesso all'aborto e violenza ostetrica.
Gli ostacoli al diritto alla salute delle donne, tra violenza ostetrica ed esaltazione del dolore

Spesso non credute, osteggiate e trattate con condiscendenza, le donne molte volte devono superare difficoltà indicibili per vedere garantito il diritto alla propria salute e al proprio benessere. Si tratta di un fenomeno che avviene tutto l’anno e che va ricordato con forza non soltanto in questi giorni, in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Diritto alla salute e ad abortire: cosa prevede la legge italiana

Uno dei diritti fondamentali che viene spesso osteggiato è quello all’aborto. Una negazione che non trova giustificazione in alcuna credenza personale o religiosa, perché agevolare il diritto all’aborto non danneggia le donne che hanno scelto di non ricorrervi.

In Italia, questo diritto è garantito dalla legge 194/78 che consente, in alcuni casi previsti, di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza presso una struttura pubblica oppure privata convenzionata, nei primi 90 giorni di gestazione. Invece, tra il quarto e quinto mese è possibile accedere solo per motivi di natura terapeutica. L’accesso all’aborto prevede la possibilità di ricorrere al metodo farmacologico o chirurgico: il metodo farmacologico consiste nella somministrazione di almeno 2 principi attivi, il mifepristone (RU486) e una prostaglandina, a distanza di 48 ore l’uno dall’altro.

Il metodo chirurgico avviene invece in anestesia locale oppure generale presso strutture pubbliche oppure private convenzionate. La stessa Legge 194 consente inoltre l’accesso all’aborto senza che debba prima essere richiesto il consenso del partner.

Diritto all’aborto tra obiettori di coscienza e “pro life”: gli ostacoli per una donna

Nonostante il diritto all’aborto sia garantito e definito per legge, sono ancora troppe le strutture in cui è difficile ottenere l’interruzione volontaria di gravidanza.

La Legge 194/78 prevede l’obiezione di coscienza per il personale sanitario, eppure questa scelta non dovrebbe costituire un ostacolo per le donne che intendono abortire. In Italia, in 11 Regioni è presente almeno un ospedale con il 100% di obiettori: si tratta di Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. In Molise, 2 soli ginecologi non sono obiettori. In Piemonte, le polemiche si sono concentrate sull’Ospedale di Ciriè, uno dei 15 in tutta Italia in cui i medici sono tutti obiettori, ma anche sulla proposta di aprire le porte dei consultori alle associazioni cosiddette “pro life” e di vietare la distribuzione della RU486.

Si tratta di una proposta avanzata dall’assessore di Fratelli d’Italia Maurizio Marrone che ha indignato la politica ma che potrebbe essere sintomo di un pericoloso passo indietro nei diritti delle donne. Secondo le stime del Ministero della Salute, inoltre, sarebbero almeno 10.000-13.000 gli aborti avvenuti in clandestinità nel 2019, mentre sono stati 73.207 quelli regolarmente effettuati presso le strutture apposite.

I dati sulla violenza ostetrica in Italia, un diritto negato in nome dell’esaltazione del dolore

Anche il diritto a un parto sereno e consapevole può rivelarsi difficile da ottenere, perché le neomamme possono scoprirsi vittime di violenza ostetrica.

Questo fenomeno comporta atteggiamenti di offesa, scherno o umiliazione da parte del personale medico e paramedico, ma anche la negazione di terapie per il dolore (per esempio l’epidurale) e la mancanza di consenso informato. Il fenomeno della violenza ostetrica può essere molto subdolo, a causa del pregiudizio secondo cui il dolore è normale e che non si possa essere “vere madri” se non si è sofferto durante il parto. Nel 2017, come riferiscono i dati di Doxa e dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica, 1.000.000 di donne (il 21% delle madri italiane) sono state vittime di violenza ostetrica durante il travaglio oppure il parto.

A causa del trauma vissuto, il 6% di loro ha rinunciato a una seconda gravidanza e 4 donne su 10 hanno dichiarato di aver subìto azioni lesive della dignità personale. 1.600.000 partorienti hanno denunciato di aver ricevuto un’episiotomia senza che fosse prima richiesto il loro consenso informato: si tratta di un’incisione chirurgica che dovrebbe facilitare il parto, ma che può spesso comportare infezioni, difetti di cicatrizzazione e dolore perineale, oltre a rendere difficile la ripresa di una regolare vita sessuale.

Il dolore delle donne, sminuito e ignorato dai medici e dalla medicina

Il pregiudizio che vede le donne più abituate al dolore può riflettersi sulla nostra salute a tutto tondo. Secondo uno studio del 2018 a cura del The New England Journal of Medicine, le donne hanno 7 volte la probabilità di ricevere una diagnosi errata rispetto a un uomo. Spesso, le donne sono classificate con meno frequenza con il codice di urgenza nei pronto soccorso e hanno probabilità minori (tra il 13% e il 25% in meno) di ricevere analgesici oppioidi in caso di dolori acuti. Invece, le donne hanno più probabilità di ricevere farmaci contro l’ansia, sedativi o antidepressivi rispetto agli uomini quando manifestano dolori. Le donne, in sostanza, sono spesso indotte a credere che il loro malessere non abbia un’origine fisica ma piuttosto “psicologica”, l’ennesimo passo indietro verso i tempi in cui si abusava della parola “isteria”.

Uno studio dell’Università del Maryland ha mostrato come le donne attendano in media 65 minuti per ricevere un analgesico in caso di dolore addominale acuto, contro una media di 49 minuti degli uomini per lo stesso sintomo. Eppure, la scienza afferma che siamo soggette più degli uomini ad alcune patologie che provocano dolori debilitanti. Per esempio, abbiamo il doppio delle probabilità di soffrire di sclerosi multipla, 2/3 volte più probabilità di sviluppare l’artrite reumatoide, 4 volte più probabilità di soffrire di sindrome da stanchezza cronica rispetto agli uomini e 3 volte più probabilità di essere colpite da malattie autoimmuni, che spesso includono sofferenze debilitanti.

Gli effetti sulle donne di quei farmaci dosati e pensati per gli uomini

Molte diagnosi errate e la scoperta tardiva di malattie (per esempio l’endometriosi) sono legate al fatto che le donne manifestano sintomi diversi rispetto agli uomini e assimilano i farmaci in modo differente. Il rapporto Prospettive di genere e salute. Dalle disuguaglianze alle differenze a cura dell’Università di Torino ha infatti sottolineato come la maggior parte dei farmaci sia testata per lo standard di un maschio di 70 chili, a cui si adegua anche il dosaggio consigliato. Tra le conseguenze di questo standard, si registra che le donne manifestano più effetti collaterali a causa delle differenti capacità di metabolizzare i principi attivi. Inoltre, il dolore cronico colpisce le donne nel 70% dei casi, eppure gli studi sono condotti su pazienti all’80% di sesso maschile, come riferisce l’Harvard Health Blog. In riferimento alle malattie di tipo ostetrico-ginecologico, una donna attende in media 7,4 anni per ottenere una diagnosi di endometriosi. Anni caratterizzati, tra le altre conseguenze, da dolori spesso invalidanti. Anche la diagnosi di vulvodinia è difficile da ottenere, perché gli effetti più evidenti (bruciore intenso e dolori durante i rapporti sessuali) sono spesso minimizzati come se fossero causati da ansia e agitazione.

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